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Altre Notizie
e Curiosità
Monumenti che Spariscono
Il Muraglione
L'antico castello di Bassanello sorgeva su una collina tufacea a pianta triangolare, su
due lati aveva
eccezionali difese naturali costituite da profondi burroni ai piedi dei quali'scorrevano
due piccoli torrenti.
Sul lato Sud, invece, si apriva una fertile pianura in aperta campagna priva di ogni
qualsiasi difesa.
Per ovviare a ciò, i nostri antichi predecessori , scavarono un lungo e profondo fossato
che congiungeva
i due burroni laterali, (testimonianza ne sono ancora "Lo Stretto" e "lo
Steccato", ed innalzarono possenti
mura a difesa del borgo.
Per chi non lo sapesse, un tempo, la grande Torre del castello (Truione), e la torre
quadrata, (ora
campanile di S. Maria, erano collegate da uno spesso muro di difesa). Esso raggiungeva
l'altezza del primo
piano della torre di S. Maria, era costituito con grandi blocchi di tufo, privo di merli e
percorribile entro il
suo spessore da un camminamento aperto. Su questo muro, e precisamente presso il torrione,
assai angusto, si apriva l'ingresso principale del paese e sopra la lunetta era dipinta l'immagine
di S. Lanno posta
a protezione dell'antico borgo. Questo muro di difesa, era chiamato famigliarmente dai
bassanellesi: il Muraglione. Il 13-5-1883, il Consiglio Comunale, con atto N. 2,
valutava la possibilità di abbattere il
"muraglione" per le seguenti ragioni:
1 - Abbellimento del paese.
2 - Utile che si sarebbe ricavato dai sassi della demolizione.
3 - Pubblica sicurezza.
A questa scelta dell'Amm. Comunale, si opponeva però il Principe Maffeo Barberini di
Sciarra; con
atti legali dell'Autorità Giudiziaria Amministrativa, asserendo che il
"muragliene" era di sua proprietà.
La contestazione andò avanti per circa due anni, ed il Comune riuscì a superare questo
contenzioso
tramite un accordo. La sera del 20-2-1885, il Sindaco, Sig. Antonio Mariani, Convocava il
Consiglio Comunale per metterlo al corrente di quanto concordato con il Principe e deliberare finalmente
sull'abbattimento
del "muraglione".
Alla seduta presero parte:
- Mariani Antonio Sindaco
- Ancellotti Cesare
- Ancellotti Luigi
- Creta Andrea
- Libriani Libriano
- Maracci Francesco
- Mariani Giovanni membro anziano
- Mariani Pietro Paolo
- Pieri Angelo
- Porri Pietro
- Scarelli Telesforo
Non parteciparono al Consiglio:
- Celestini Enrico
- Mariani Giuseppe
- Mariani Avv. Mario
- Scarelli Girolamo
II Sindaco esponeva la proposta del Principe Sciarra che consisteva
1 - Cessione da parte
del Comune di una piccola area triangolare, sotto il castello, e precisamente: l'area racchiusa da una linea retta in congiunzione della «Torre
della Porta» (torrione) e lo spigolo del castello sulla strada dello "Steccato".
2 - In questa area,
il Principe, avrebbe costruito un giardino.
3 - Cessione di una
parte dei sassi ricavati dalla demolizione del «muragliene», per la costruzione del muro che avrebbe delimitato il giardino.
Il Sindaco, faceva notare che, questa operazione avrebbe portato numerosi vantaggi al Comune per i seguenti motivi:
1 - La cessione dell'area
non avrebbe deturpato il vasto "piazzale".
2 - L'abbattimento del
«muraglione» non avrebbe più permesso alla popolazione di recarsi fuori le mura per gli ordinari bisogni corporali. Eliminando così un
potenziale deposito d'immondizia a prezioso vantaggio della salute pubblica, in un momento critico,
essendo il colera alle porte della nostra provincia. -
3 - Si acquistava in
decoro in quanto il Principe avrebbe creato un elegante giardino all'italiana.
4 - La cessione dei sassi per la
costruzione del muro che avrebbe delimitato il giardino, era ampliamente giustificata dai molti benefici che la popolazione ed il
Comune spesso avevano ricevuto dalla casa Sciarra, primo fra tutti la concessione di strade
comunali, per finire all'ampliamento della passeggiata denominata la "Mossa".
Per queste ragioni si reputava sicuro che il Consiglio non si opponeva alla proposta del
Principe ed
invitava i consiglieri a deliberare. Il Consiglio votava la proposta all'unanimità per
suffragi segreti.
Alla stessa unanimità di voti (undici), per alzata e seduta, il Consiglio deliberava
anche la somma di 200
lire per le spese di demolizione del muraglione ed il collocamento del materiale di
risulta.
Letto ed approvato, il verbale è sottoscritto dal Sindaco Antonio Mariani, dal
consigliere anziano
Giovanni Mariani e dal Segretario comunale Cesare Pizzini.
Ora ogni bassanellese si domanderà: come mai l'area del giardino del castello è più
grande (Circa il
doppio) di quella concessa al Principe Sciarra ? Questo non è facile saperlo. Sappiamo
però, che il 9.2.1945, il Geom. Giusto Mariani, presentò un'ingiunzione presso la Regia Conciliazione di
Orte, perché venisse
rispettato quanto concesso dal Comune di Bassanello nella seduta del 20.2.1985. Quanto
richiesto dal
Geom. Giusto Mariani, non fu mai giudicato per motivi a noi sconosciuti. E bene però,che
tutti i bassanellesi sappiano che sulle proprietà di Uso Civico non esiste usucapione, per cui l'area
occupata abusivamente dal Principe Sciarra, può ritornare di proprietà comunale in qualsiasi momento.

Fontane che Spariscono
Una fontana di acqua potabile, che fu di molta comodità e di molto aiuto a quella di
"sotto", venne
fatta costruire ed inaugurata dall'allora sindaco Luigi Ancellotti, sul finire del secolo
scorso. Fu collocata
vicino alla grande torre del castello (trujone) e anche se era sull'angolo della grande
piazza (piazzale), oltre la utilità, portava decoro ed ornamento. Era stata costruita dallo
"scappellino" Mauro di Orte su un
blocco di pietra massiccio. Da una colonnina posta al centro della fontana, sprigionavano
due cannelli di
acqua, poi ridotti ad uno. L'acqua che alimentava questa fontana, proveniva da
"Poggio del Lago", attraversando il prato "Maria Maddalena" dove era stato costruito un tombino che
serviva da aspiratore.
Il ricasco della fontana, attraverso una tubazione, sfociava ad una trentina di metri in
un fontanile, collocato dove attualmente sorge la casa di Paolocci Alfredo. Questo fontanile serviva da
abbeveratoio per gli
animali, una volta molto numerosi quasi come le macchine oggi. L'area dove sorgeva questo
fontanile divenne edificabile ed anche per evitare sfasci in caso di ostruzione dei tubi, il fontanile
venne demolito e
ricostruito adiacente la fontana. Lo ricostruì il mastro muratore Emilio Scarelli, in
proporzioni più ridotte,
era sindaco Giacinto Scarelli che presiedeva l'Amministrazione Socialista. Lì rimase fino
a che venne portata in paese l'acqua di Canepina tramite l'acquedotto consorziale nel 1936.


La Fontana
"di Sotto"
L'Amministrazione fascista sollevò la questione estetica e, demolito il tutto, fece
ricostruire, utilizzando la stessa acqua, un abbeveratoio sull'angolo del "prato di sotto", vicino
"San Ceconato". Qui rimase
sino alla caduta del fascismo, quando alcuni vandali i figli del....... lo deturparono in
parte, perché vi era
scolpito il fascio littorio.
Successivamente un mastro muratore, approfittando del momento e del fatto che faceva parte dell'amministrazione comunista, sopra il fontanile piantava le mura di un fabbricato,
riducendo ulteriormente
le proporzioni del fontanile stesso. Più tardi, ad un Commissario che era subentrato in
Comune, fu fatto
credere che l'acqua del fontanile aveva cessato di sgorgare (fatto assolutamente non
vero), costui senza
accertarsene, fece immettere l'acqua di Canepina, così incoscientemente spariva l'acqua
del prato "Maria
Maddalena". Di questa acqua non se ne seppe più nulla, ma nel 1964, operai addetti a
lavori di scavo per
fognature di case che stavano sorgendo presso il "Poggiolo", incapparono nei
tubi della vecchia fontana e
naturalmente ancora scaturiva l'acqua che malignamente era
stata imprigionata. Ancora malignamente la
amministrazione lasciò disperdere quell'acqua
che un tempo soddisfo tutte le esigenze del paese.

La
Porticella
Con questo nome veniva indicato l'ingresso secondario del Paese. La Porticella era ubicata
nel lato
OVEST dell'antico borgo e chi, nei tempi andati, voleva usarla doveva risalire un
centinaio di scalini scavati nel vivo tufo. La sua architettura, ben proporzionata, realizzata con blocchi di
peperino, era costituita da un arco a tutto sesto.


Accanto ad essa, un residuo di volta interna
in disfacimento, lasciava supporre l'esistenza di una
stanza presumibilmente adibita a corpo di guardia. A conferma vi sono i resti di una torre
esterna, abbattuta nel 1909, quando fu costruita la nuova strada "la costa" per agevolare
l'accesso alla "fontana vecchia".
La Porticella subì vari atti vandalici: il primo in ordine di tempo fu perpetrato da un
contadino che
trasformò una grotta in cantina e che, per agevolare il passaggio dei biconci, tagliò di
netto la soglia.
In seguito questo agricoltore vendette ad un confinante la sua cantina e con villana
incoscenza nell'aprile
del 1947, abbattè definitivamente la Porticella.
Il 4 giugno 1950 in un occasionale dialogo il cav. Mariani, all'epoca sindaco di una
giunta social-comunista, interrogato al riguardo, cadde dalle nuvole asserendo di non saperne nulla, ma fu
smentito platealmente da Cicio Salvatori, messo comunale all'epoca del misfatto, con queste testuali
parole: - «Si site stati voi a falla scaricà, guarda si comune cavaliè, l'ete pure
pagato...!!».
Dei blocchi di peperino della Porticella nessuna traccia, presumibilmente sono a far da
letto a qualche botte in un'anonima cantina.

La Vecchia
Fontana
Al tempo che fu, le nostre progenitrici, per
l'approvigionamento d'acqua, dovevano uscire dal Paese
attraverso l'uscita secondaria "La Porticella" discendere circa 100 gradini
riempire le brocche alla fontana
vecchia e pazientemente ripercorrere il calvario, presumibilmente con qualche S. Lanno di
troppo, in senso contrario.
Presso questa sorgente le nostre nonne potevano lavare gli indumenti inginocchiate su
sassi posticci. Nel 1900 per agevolare l'andirivieni quotidiano fu aperta una nuova strada
che venne denominata
"La Costa".
Nel 1910, l'aliorà Amministrazione Comunale
guidata dal Sig. innocenzo Lucci, deliberò l'ammodernamento della fontana. I lavori furono affidati a tale Cacioli e prevedevano l'abbassamento
di circa la metà
dello spazio antistante la sorgente, la costruzione di comodi lavatoi ed ancora,
distanziato dagli altri, un
lavatoio più piccolo per gli indumenti dei malati.
L'inaugurazione fu confortata, oltre che dalla presenza delle Autorità, dalla banda
musicale e da un
numeroso pubblico femminile chiaramente interessato; nell'occasione furono innalzate sfere
aerostatiche
gaiamente dipinte.
Le persone delegate dalle varie Amministrazioni ad accudire ai bisogni della fontana
furono gli operatori ecologici Oreste e Giusto; a loro subentrò Augusto Mariottini e, dopo la sua morte
il figlio Nando
che terminò di interessarsene dopo la costruzione dell'acquedotto Canepinese.
Il lavoro eseguito si
rilevò con il passare dei giorni di primaria utilità ma, purtroppo dopo pochi mesi
iniziarono una serie di problemi che inesorabilmente portarono alla scomparsa di quanto
meritevolmente costruito.
Il primo in ordine di tempo fu provocato dai fratelli Mariani che, per la lavorazione
della canapa, costruirono sulla loro proprietà delle vasche che, utilizzando le acque del fosso "San
Rocco" impedivano lo
scorrimento naturale delle stesse e causavano l'innalzamento del livello che provocò
l'allagamento della
zona della fontana. Per risolvere il problema dovette intervenire l'Amministrazione
Comunale, nella persona
del sindaco Lucci, che con non pochi grattacapi riuscì a far demolire quanto era in
contensioso. Un notevole contributo al deterioramento della fontana fu dato dai contadini, i quali confinando
con il fosso, pensarono bene per accrescere di qualche pugno di terra le loro proprietà, di gettarvici
enormi massi ed una
grande quantità di detriti, provocando così l'innalzamento del livello delle acque con
l'inevitabile inabbissamento della sorgente.
Nel 1925, con ordinanza del 12 settembre, il sindaco, dott. Bonifazi, faceva
obbligo a tutti i contadini proprietari di grotte adibite a porcili, di sgomberarle entro otto giorni onde
evitare che gli escrementi
penetrando nel tufo andassero ad inquinare la fonte, con enorme
danno alla salute pubblica.
Nel 1926, in occasione del riassetto delle strade interne del paese e delle fognature,
queste ultime
andavano a confluire nella coacla principale che a sua volta sfociava nei pressi della
fontana vecchia
pregiudicando definitivamente l'agibilità della stessa ponendo fine ad una lenta ma
costante agonia.
In occasione di questi lavori fu smantellata la vecchia strada della
"Porticella", quella dei cento gradini.
Spariva così un pezzo della nostra storia. Il tutto, nel bene e nel male, accadde sotto
la prima amministrazione fascista con a capo, primo podestà, l'avvocato Tabacchi Attico.
Nel 1963, la notte di giovedì 7 novembre, un forte temporale generò una grande piena e a
seguito
di questa delle frane ostruirono il fosso e la fontana vecchia rimase sommersa e
dimenticata.
Nonostante le numerose traversie ed
attentati patiti la vecchia fontana si rese utile in due importanti situazioni d'emergenza: la prima si verifìcò nel 1944, quando a seguito di un
bombardamento, l'acquedotto canepinese rimase danneggiato, la seconda volta si verifìcò nel 1957, quando
sempre a seguito di un guasto fu necessario ricorrere ad essa per tre giorni, tempo necessario a
Mario "I Menghi" per
riparare il danno.

La Zeppa
Legata alla vecchia fontana
c'era, vera o no, una leggenda che raccontavano sempre i nostri vecchi.
Essi dicevano che sotto il paese esistevano grandi grotte con nel loro interno dei grossi
massi di pietra.
In una di queste grotte fu fatto un ritrovamento consistente in un mattone con su incisa
una frase misteriosa: - «nun me
toccassi si no me perdo».
In occasione dell'ammodernamento della vecchia fontana fu trovata sotto il ponticello
adiacente,
ad una certa profondità, una zeppa di legno dalla quale fuoriusciva una piccola quantità
di acqua; quando
questa fu rimossa una gran flusso d'acqua uscì dal foro e ben presto tutte le fontane
rimasero a secco,
chiaro che la zeppa serviva per lo scarico della condotta.
Si sostituì la vecchia zeppa, ormai logora, con una nuova ma dell'acqua , dalle cannelle
nemmeno
l'ombra. Fu a quel punto che molti anziani si ricordarono della frase incisa su quel
famoso mattone, si ricordarono inoltre che in quelle grotte scorreva dell'acqua e che questa una volta
fuoriuscita dal foro della
zeppa aveva bisogno di molto tempo per tornare ai livelli normali.
Erano appena passate cinque ore quando dalle cannelle cominciò a scaturire un filino
d'acqua che
pian piano ritornò ai vecchi valori; fu allora che il Cacioli, incaricato dei lavori, si
lasciò andare credendolo
un miracolo ad un: "Viva S. Lanno"
seguito da un coro di osanna per il nostro santo Patrono di quanti
erano presenti.

Archi
Privati
Un portale di buona fattura, era ubicato sulla
strada di "Fontana Camerata"! e dava accesso alla
proprietà dei F.lli Chiodi. Questo arco venne, forse perché non più idoneo (avvento dei
primi Camions) o
forse perché pericolante,
abbattuto nel 1930. Dei blocchi che costituivano la struttura se ne sono perdute le tracce.
Un altro arco , sempre di
ottima fattura sorgeva sulla strada che conduce a Vignanello, di fronte alla
chiesola di S. Giuseppe, dal quale si accedeva al fondo denominato "Voc.
Coscellino" di proprietà della famiglia Celestini.
Nel 1920 venne abbattuto in quanto pericolante. I blocchi furono riposti in uno scantinato
del Palazzo Celestini (attuale sede Municipale) e lì rimasero dimenticati sino al 1947. Fu
appunto in quell'anno
che, l'allorà sindaco Cav. Salvatore Mariani, lo fece riedificare nonostante mancassero
delle componenti in
via S. Antonio, come entrata al Parco Pubblico, ed è tutt'ora esistente e funzionale.

©
Copyright
Foto - Andrea Di Palermo (Foto d'Archivio)

Spartizione
delle Terre
I Celestini
Gregorio Celestini, fu un personaggio che
visse nel nostro paese all'inizio del secolo scorso, di dove
fosse originario poco se ne sa. Uomo ricchissimo, morì nel 1861, fece testamento con
rogito del notaro
Salvatore Mercuri. Con tale atto, dopo aver costituito vari legati per le S. Messe,
istituiva erede universale la propria moglie Luisa, ed alla morte di questa, sarebbe diventato erede suo cugino
Enrico Celestini,
facendogli però obbligo che, venendo anche lui a mancare senza lasciare
eredi, tutti i beni sarebbero
passati alla Congregazione di Carità di Bassanello, con lo scopo di erogarli per la
fondazione di un Ospedale.
Il caso volle che si
avverasse tutto ciò che era scritto nel testamento. Enrico Celestini (1825-1893) morì
senza lasciare eredi, ed i beni della famiglia passarono alla Congregazione di Carità.
Però a norma di sopraggiunte nuove leggi, i nipoti di Enrico Celestini, avvalendosi dell'art. 24,
impugnarono il testamento e lo
adirono al Tribunale di Viterbo per la rivendica. Dopo vari contatti tra la Congregazione
di Carità e gli eredi dei Celestini, in tribunale si addivenne ad un accordo che prevedeva: ai nipoti del
Celestini andavano
tutti i mobili esistenti nel palazzo che successivamente, mediante una asta pubblica ad
incanto organizzata da loro stessi, vendettero. Alla Congregazione di Carità andarono invece tutti i
beni immobili, che rappresentavano un patrimonio enorme da gestire. Per avere un'idea di
questo patrimonio eelenchiamo le
ricchezze dei Celestini che passarono alla Congregazione:
- Palazzo Celestini, attuale sede Comunale, il fabbricato era composto da 40 vani.
- La Cantinaccia, era il più grande vano per uso magazzino di Bassanello.
- Molino per la macinazione delle olive.
Questi gli immobili riguardanti i fabbricati, poi i seguenti quantitativi di terreni:
CASALETTO -
A 200 mt. dal paese (attuali
"Praticare"), una bella costruzione con giardino delimitato da
un muro. Fu tenuto in affitto per molto tempo da un certo Guerrino Falcioni. Più tardi fu abitato dalla famiglia Rossetti, che da Orte si trasferì a Bassanello. Nel 1905 lo tenne in affìtto il
dott. Bonifazi.
SIGNORANNA -
Circa
10 h. di terreno nelle vicinanze del "Casaletto", per molto tempo questo appezzamento fu tenuto in affitto da certo Giggi
"targhette".
COSCELLINO - Striscia di
terreno confinante con la strada provinciale di Vignanello, di fronte alla tenuta
di S. Giuseppe, circa 10 h. che per molti anni fu tenuta in affitto da tale
"Cappelline".
MECO GROSSO -
Appezzamento di terreno con casa colonica a circa
3 km. dal paese, valutabile in circa
10 h., fu tenuta a colonia per moltissimi anni da Giovanni Pieri.
VIGNA DI MARIO -
Circa 10 h. di terreno nelle vicinanze del paese,
per molti anni tenuto a colonia da
tale "Bramatera".
LA CRETA -
Terreno vicinissimo al paese, così denominato
perché da qui si estraeva la creta che utilizzavano i cocciari, per questo motivo veniva tenuto a prato.
Qualche piccola frazione di terreno fu lavorato
e seminato da tale "Cardinale", più tardi una parte fu recintata a staccionata
e tenuta da Don Paolo come
affittuario.
TINACCIO - Un bell'appezzamento di terreno di circa 17 h., situato sulla strada di
"Fontana Camerata",
ne fu ultimo affittuario «Leone».
Tutti questi terreni, erano buona parte seminativi (o solo con qualche albero o filare di
vite).

Ripartizione delle Terre
Dopo la morte di Enrico
Celestini, sorse l'ospedale e naturalmente fu a lui intitolato. Funzionò egregiamente per alcuni anni, poi fu definitivamente chiuso. I fabbricati restavano tutti in
affìtto, mentre per quanto
riguardava le terre, la popolazione ne reclamava la
ripartizione. Però gli amministratori dell'Opera Pia di
quell'epoca, tergiversavano molto nel procedere alla ripartizione, con la segreta
intenzione di appropriarsi
di qualche piccolo appezzamento. Infatti "Casaletto", "Pasqualetto",
"Lepricciolo", "Meco Lungo", "Van la
Pietra", "Vamoretto", "Poggio il lago", furono appezzamenti che
il Segretario del Comune e due Amministratori, seppero trafugare dal lascito Celestini per appropriarsene. A tale proposito è bene
ricordare un fatto
abbastanza curioso, viveva a quella epoca un certo
"Cupertoia", contadino rozzo ed analfabeta, più che il
contadino faceva il
"porcaro", che compose i seguenti versi:

Tarantella
Tarantella,
tarantella
a sentilla quant'è bella.
Mò che morto Celestini
cia' lasciato roba e quatrìni.
lutto ha lasciato
alla povetrà
però nessuno ce lo vò da.
Ce vorrebbe un bel triocco
de levalli armeno otto.
Ce vorrebbe una
mitraja
pe' ammazzali! sa la stanzia.
Quanno stanno tutti a tiro
sa la stanzia di' consijo.
E che stanno tutti
a sedè
o che gusto o che piacer.

Queste strofe, non furono molto diffuse, poiché i pochi che le impararono e le cantarono,
furono
diffidati dai Carabinieri. Passarono anni ed il patrimonio dei poveri continuava sempre ad
essere amministrato dai medesimi speculatori. Finalmente dopo molti anni, con deliberazione del 26
Aprile 1913 approvata dall'Autorità Superiore il Presidente della Congregazione di Carità. Sig. Aureliano
Porri, dava incarico
all'Ing. Giusto Mariani di procedere alla lottizzazione della proprietà Celestini.
Da questa perizia risultarono 176 lotti da assegnarsi alle famiglie più povere del paese,
tramite sorteggio. Questa la ripartizione dei lotti:

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Località Coscellino
Località Signoranna
Località Casa di Muffo
Località La Creta
Località Vigna di Mario
Località Tinaccio
Località Caprareccia
Totale |
21 lotti
28 lotti
41 lotti
13 lotti
23 lotti
8 lotti
42 lotti
176
lotti |
Questi lotti venivano concessi ad affitto per 29 anni mediante il
pagamento di un canone
annuale. Successivamente la Congregazione di Carità passava al Comune, il suo ultimo
Presidente fu Crispino Filesi, cambiando il suo nome in E. C.A. (Ente Comunale Assistenziale).
Fu il Segretario Morganti che prese l'iniziativa di ricordare il gesto munifico di Enrico
Celestini,
ed all'ingresso del cimitero fu posta la seguente epigrafe:

« N. 1825
M. 1893»
A Enrico Celestini benefattore
munifico di Bassanello
la popolazione riconoscente.

Una targa in data 18 Gennaio 1960 fu posta anche all'ingresso della sede Comunale:
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Copyright Foto - Andrea Di Palermo (Giu. 2008)

I Beni di
Bassanello
Al principio di questo secolo i beni di Bassanello passarono alla Banca D'Italia che a sua
volta li
concedette in affitto a tale Innocenze Lucci, noto amministratore di grande abilità e
già procuratore di un
certo marchese Carlo di cui sposò una figlia. In quel periodo il paese era in agitazione
ed il popolo reclamava i diritti civici che, fin da quando i beni erano gestiti dalla Banca D'Italia, gli
erano ingiustamente negati.
L'Amministrazione Comunale, presieduta dal
Sindaco Mariani sig. Giovanni, fece opposizione alla Banca ed all'affittuario, protestando energicamente ed autorizzando il Sindaco, tramite
delibera comunale, a
stare in giudizio a difesa dei diritti del popolo.
Questo intervento, nel corso delle trattative con la Banca D'Italia, risultò molto
proficuo e portò al
popolo di Bassanello qualche piccolo e vantaggioso risultato:
- Diritto di legnatico dolce e, dai disboscamenti, la punta gratuita.
- Obbligo da parte della Banca di far coltivare il terreno ai soli cittadini di
Bassanello.
Dopo breve tempo, in seguito a pratiche ben avviate, si aveva notizia della avvenuta
costituzione
della Università Agraria di Bassanello, un Ente Locale già richiesto a suo tempo dal
consiglio comunale.
La costituzione della Università Agraria avvenne nel Marzo del 1904 ed il popolo di
Bassanello si trovò
possessore della immensa tenuta di Palazzolo e Pozzaglia di 820 ha. di terreno, gran parte
boschivo, per
un valore, a quel tempo di circa 180.000 lire, pagando un canone annuo di lire 8.000 da
versarsi al 30 Dicembre di ogni anno.
Nel corso della trattativa, per indennità di affrancazione, la Università Agraria
usufruì della concessione della zona denominata "Pian della Mora" e di una porzione di "Poggio
Aguzzo", pari a circa 146 ha. e
per un valore di 42.854 lire. La Banca D'Italia cedette inoltre gratuitamente
all'Università Agraria di Bassanello il fabbricato (attuale sede) sito in Piazza del Giardino ai n.c. 15, 16, 17 ed il
terreno denominato
"Madonna della Stella" (attuali prati), con l'augurio di un felice avviamento e
di un prospero avvenire.
I prati, successivamente denominati "Beatissima Vergine", furono ceduti dalla
U.A. con delibera 20 Giugno
1927 al Comune con lo scopo di utilizzarli esclusivamente per l'impianto del Bosco del
Littorio e del Parco
delle Rimembranze. Questa aspettativa della U.A. non è stata rispettata nel corso degli
anni dal Comune.
Alla buona riuscita dell'operazione di costituzione della U.A., contribuì notevolmente
l'opera del sig.
Lanno Pace, un uomo che acquisì una certa cultura per aver frequentato gli studi presso
il seminario di
Orte. Il popolo, riconoscente per l'impegno profuso, lo elesse Presidente della prima
Amministrazione della
Università Agraria. Erano tempi duri, i signori e l'affittuario Lucci tenevano gli operai
come schiavi, essi
venivano impiegati saltuariamente ed erano costretti ad orari di lavoro massacranti
compensati con paghe da fame. Questo stato di cose, forzatamente, indirizzò il popolo verso una lotta per
il miglioramento
delle condizioni sia economiche che di lavoro.
Di fronte all'inerzia del governo e delle sue istituzioni, il rancore dei lavoratori '
agricoli, affamati di
terra, crebbe a dismisura e si organizzò dando origine alla nascita delle "Leghe
Contadine" rosse, ispirate
dal partito Socialista. Un partito questo monolitico, senza divisioni interne, senza
gelosie e soprattutto
privo di ogni retorica. Le direttive venivano attuate con meticolosità e senza
discussioni.
Nella scelta degli obiettivi e negli intenti per raggiungerli, il partito Socialista
bassanellese si dimostrò solidale con i propri capi anzi "compatto". E questa la magica parola d'ordine che
ha sempre unito i suoi militanti quando la posta in gioco è di grande importanza.
La Lega Contadina di
Bassanello eleggeva a suo Presidente "Biferone". Le prime riunioni di questo
nuovo
movimento contadino, venivano tenute quasi in segreto. In seguito, la Lega iniziò ad
avere appoggi politici e sindacali e, si rafforzò fino ad essere pronta per intraprendere una lotta di
rivendicazioni sociali e di
classe.
Una sera si udì per il
paese il grido di un "banno" lanciato da Giovanni detto "II Moretto",
che diceva testualmente: "Si avverte tutto i'popolo... giovini e vecchi...donne e bambini,
de riunisse tutti sa la
piazza perché se fa SCIOPERO".
Per tutti i cittadini questo
avvenimento era una novità e chiramente rappresentava la prima occasione di
rivincita da tutte le ingiustizie subite ed anche il momento in cui far valere i propri
diritti. E superfluo dire
che tutto il popolo si riversò in piazza. Parlò un sindacalista della Lega, tale
Mengarelli di Terni, il quale
disse che, le proposte avanzate dalla Lega ai proprietari terrieri erano state respinte e
pertanto si rendeva necessario, per una rapida conclusione delle trattative, che avrebbero portato ad un
sicuro miglioramento delle condizioni dei lavoratori, uno sciopero ad oltranza.
Il popolo si dichiarava d'accordo e così, anche a Bassanello, con questa dimostrazione,
per la prima
volta i padroni constatarono la vera forza delle masse contadine. Le autorità militari
avevano già preso le
loro precauzioni potenziando la forza pubblica il cui comando era gestito da un delegato
di Orte.
Nei giorni di sciopero che
seguirono, la situazione si fece sempre più grave, i signori furono costretti ad
accudire di persona il proprio bestiame e le loro terre con notevoli danni economici. Per
porre fine a questo stato di cose dovette intervenire il Vice Prefetto di Viterbo, che riuscì ad
appianare la situazione tramite una mediazione che migliorò, ma di poco, la situazione del popolo contadino di Bassanello.

Mons. Luigi
Misciattelli
Nel 1907, Mons. Luigi Misciattelli, a quel tempo prefetto dei Palazzi Apostolici, per la
somma di lire
90.000 acquistava il castello e tutti i suoi larghi che comprendevano:
La Vigna - Estensione di terreno coltivato a grano ed un cascinale per il colono.
Pian del Principe - Appczzamento
diviso dalla strada provinciale che conduce ad Orte.
Due Mole - Fondo
coltivato parte a grano e parte a granoturco, distante dal centro abitato 3 km. circa
ed in più una vallata boschiva.
Tutti questi terreni, molti anni dopo, passarono ad un notabile locale. Quando l'alto
prelato decise
di prendere possesso del castello il suo arrivo fu minuziosamente organizzato; la
popolazione attese la
sua venuta, prevista dalla strada che proviene da Vignanello, formando due cordoni
festanti di folla.
Arrivò su una carrozza degna del suo occupante trainata da due magnifiche pariglie di
cavalli e scortata
dai guardiani di casa Mariani in alta uniforme e da molti altri carri. Il seguito del
monsignore era così composto:
Antonio mozzo
Augusto cameriere
Giovanni maggiordomo
Gerardo castellano
ed oltre ad Alfredo cocchiere altre persone di servizio. Il tutto destò un'ottima
impressione negli
astanti, che con quell'innato sesto senso che li ha sempre contraddistinti capirono che
fra loro ed il nuovo castellano sarebbero intercorsi ottimi rapporti.
Il colto prelato riportò
all'antico splendore il maniero facendo eseguire importanti restauri esterni ed interni facendovi rivivere il fasto di una volta con visite di alti prelati e principi. Per ben
due volte, il 25/6/1914
e l'11/8/1915, il castello ed il paese ebbero l'onore di ospitare l'allorà prefetto delle
Biblioteche Vaticane, il
futuro pontefice Pio XI.
La generosità di Monsignore
verso gli abitanti di Bassanello si dimostrò con l'istituzione, a sue spese, del
"Ricreatorio Misciattelli" ubicato presso "la cantinaccia" che
raccolse le iscrizioni di ben centoventi ragazzi.
Le attività del ricreatorio erano concentrate, oltre che sull'insegnamento del
catechismo, in corsi di: ginnastica, musica e recitazione. Fu appunto nel ricreatorio che sorse una banda musicale,
essa fu diretta
dal Maestro Poliseno, e fu composta da trentatrè ragazzi la cui età era compresa tra i
nove e i dodici anni.
Dai corsi di recitazione furono organizzati degli spettacoli in onore del Monsignore come
il dramma
"San Lanno", scritto dal rev. Salvatore Mariani nel 1910; interpretava il
martire Toto Pace, mentre il giovane Giuseppe "Tinchetto" intonava la spendida romanza dell'esule che poi moriva
tribolato; oppure la
farsa "Urbano" recitata giovedì 30 luglio 1914.
In queste occasioni ed in altre ancora, il buon prelato si dimostrò prodico di regali nei
confronti dei
partecipanti, tant'è vero che un vecchio stornello cantato dai giovinastri del tempo
recitava:
- «fiore de pepe la camicetta che tà fatto i prete pe' la vergogna
nun ve la mettete».
Purtroppo nel 1918, durante l'epidemia di Spagnola che imperversava su tutta la penisola,
il sant'uomo rimase contagiato e morì.
Il castello rimase chiuso per anni finché il fratello del defunto, Lorenzo, non decise di
riaprirlo apportandovi con lungimiranza artistica nuovi e definitivi restauri restituendo al maniero
l'antica maschia architettura.

I Mattioli
Nella nostra provincia, dal 1866 e per circa un decennio, imperversò la banda del
"Crudo" composta
oltre che dallo stesso, all'anagrafe Nicola Porta, da circa 40 disperati che con le loro
nefande azioni criminali: incendi, ricatti, grassazioni, rapimenti e barbari assassini, misero a dura prova
le ambizioni di progresso, di benessere, di tranquillità e di rispetto reciproco dei natii della Tuscia.
Vivvaddio, negli anni 70 del secolo scorso,
si riuscì a smembrare questa banda e 28 di loro, insieme
al loro capo riconosciuto, comparvero in giudizio alla Corte D'Assise di Viterbo che
comminò a tutti severe
pene detentive; di questa banda di malfattori fecero parte anche i tre fratelli Mattioli
Francesco, Lanno e
Luigi, l'uno dell'altro più crudele, l'uno dell'altro più vendicativo.
Questi nobiluomini ebbero i natali nel nostro paese da tale Giovanni e Margherita Fiaschi
rimasero
ben presto orfani e si trasferirono, insieme alla madre, nel comune di Gallese; nonostante
ciò continuarono, già dediti al crimine, a frequentare il nostro paese ed a terrorrizzare la
popolazione con le loro smargiassate. Secondo quello che ci è stato tramandato dai nostri vecchi e, confortati da
vari documenti, il
tutto cominciò quando i Mattioli entrarono in conflitto d'interessi con il Sig. Vincenzo
Ancellotti a causa di
un piccolo locale di cui entrambi rivendicavano la proprietà. Riuscirono i primi, con la
prepotenza e le minacce di cui erano capaci, a far sloggiare l'Ancellotti che momentaneamente l'occupava.
L'Ancellotti venne fuori da questa avventura talmente terrorizzato che quando usciva dal
paese,
per curare i suoi interessi, lo faceva in compagnia dei suoi servi; la faida iniziò il 4
Febbraio 1866, quando
l'Ancellotti si recò a Viterbo per affari da solo. Sulla via del ritorno, già in
prossimità di Bassanello, fu fermato armi in pugno da cinque individui mascherati che d'acchitto lo derubarono di 50 lire
e poi trascinato
nella macchia fu relegato in qualche grotta. Fu richiesto alla famiglia un riscatto di
5000 scudi che fortunatamente fu estorto solo in parte dato che, in un attimo di disattenzione, l'Ancellotti
riuscì a sfuggire ai
suoi aguzzini.
Ammaestrato da questa esperienza, l'Ancellotti, dovendo curare i suoi beni, si vide
costretto a
muoversi con una scorta armata. Questo espediente non intimorì più di tanto i briganti
che, inviperiti dal
mancato guadagno, estesero la loro rappresaglia ai famigliar! dell'Ancellotti. Il 10
Giugno 1866 il ricco proprietario fu nuovamente ricattato ed il 20 Agosto suo figlio Paolo riuscì a sfuggire
miracolosamente alle
fucilate dei banditi.
Il 18 Ottobre dello stesso anno fu la volta di Antonio Chiodi, genero di Vincenzo, che
venne aggredito in località "Poggio Paradiso", mentre era intento insieme ad alcuni
contadini alla semina. Poiché il
malcapitato tentò di ribellarsi fu affrontato e percosso brutalmente da Checco Mattioli,
e se non fosse
intervenuto personalmente il "Crudo" sarebbe stato brutalmente trucidato.
Iniziò l'andirivieni di un colono, tra il provvisorio covo dei banditi e la casa del
rapito; furono necessari tre viaggi dell'improvvisato messaggero per appagare l'avidità dei manogoldi. Con
l'ultimo viaggio, e
prima che il Chiodi venisse liberato, il messaggero portò alla moglie del sequestrato
"una di costui chiave
tinta nel proprio sangue, avvertendola che se avesse ella più oltre resistito, avrebbe
quanto prima ricevuto la testa del marito". Tré giorni più tardi l'Ancellotti sfuggì ad un ennesimo
attentato, nel quale per
fatalità, cadde ucciso un suo servo che lo precedeva a cavallo, quest'uomo si chiamava
Francesco Celesti.
Nel Settembre del 1868 Francesco Mattioli scomparve misteriosamente senza lasciare tracce;
il suo corpo fu ritrovato dopo due mesi, in avanzato stato di decomposizione,
nella macchia dei "Ruffì" in prossimità di Bagnolo. I fratelli, Luigi e Lanno, attribuirono il delitto a certo Antonio
Budi, detto il "Marchigiano",
e di professione "calcinarolo", in qualità di sicario dell'Ancellotti e
giurarono vendetta nei confronti dell'uno
e dell'altro. In paese si respirava aria pesante ed in molti, facili profeti, previdero
un'imminente strage.
L'11 Ottobre 1868, il "Marchigiano" si recò a vendere il suo prodotto fuori del
territorio di Bassanello;
i Mattioli, che presumibilmente lo facevano spiare, gli tesero un agguato nei pressi del
cimitero. Sulla via
del ritorno, quasi giunto alla meta, il "Marchigiano" in compagnia di
"Lanno i 'Madonnao" e sua moglie fu
fermato e fatto scendere. I banditi intimarono a Lanno e sua moglie di allontanarsi
dicendo che al "Marchigiano" avrebbero pensato loro; allontanatisi di gran fretta i due udirono il colpo
di fucile con il quale il
"Calcinarolo" stramazzò a terra ucciso. L'oltraggio
alla salma, fu confermato quando si recuperò il corpo:
i banditi gli avevano reciso il capo.
Il 28 Giugno 1869, Vincenzo Ancellotti si recava, suo ultimo viaggio, in compagnia di un
certo Gabriele Pieri in un suo podere; arrivato al portale di "Fontana Camerata" sentì
alle sue spalle un torvo avvertimento: "Ommino.-.si
morto!". Erano i
Mattioli appostati nella vigna di proprietà "Castracani".
Si udirono due spari, l'Ancellotti cadde a terra invocando la Vergine e, spirò mentre il
Pieri, impaurilo, se la
dava a gambe verso Bassanello. Ai famigliari accorsi il cadavere si presentò con due pallottole conficcate
in corpo, una nella mandibola ed una nell'addome, il capo era stato mozzato.
La biega barbarla della recisione del capo era opera di Luigi, il minore dei Mattioli, che
così fu definito dalla Pubblica Accusa nel processo a suo carico all'Assise di Viterbo: "E più
degli altri inoltrato nella
carriera del delitto, nel quale aveva mostrato una sconcertante precocità; a tre lustri
emulava i più rapaci grassatori, dopo due anni assassinava con premeditazione ed incredibile freddezza
prendendo diletto a
recidere il capo alle sue vittime".
Sulla stessa lunghezza era il Sindaco di Bassanello in occasione della richiesta di
certificato di moralità del Mattioli nel 1872: "Alla moralità del Mattioli Luigi, deve il
sottoscritto certificare affermativamente il contrario, poiché la pubblica notorietà lo denuncia gravemente pregiudicato per
reati di omicidio, di
grassazioni, ricatti e sequestri». A rincarare la dose il Sindaco
di Gallese: "In questo comune domiciliato
pastore, tenne una condotta sospetta, quindi come corre la fama, allettato dalla facilità
di illeciti guadagni vi si abbandonò senza curare i mezzi da donde derivavano, facendo tacere la propria
coscienza col
suono del denaro, o con la necessità della vendetta». Ancora il Sindaco di Gallese,
questa volta sul conto di Lanno Mattioli: "Oriundo di Bassanello ed in questo comune per lungo tempo
domiciliato come pastore, di poca laboriosità, ed inclinazione al vizio, che coltivato ed allettato da chi
aveva diritto ed obbligo di
distrarvelo, lo trascinò sulla via delittuosa, la quale lo
condusse a render conto dei diritti di società, propietà e umanità, per esso, come è voce comune, calpestati infamemente".
I Mattioli avevano a Bassanello ancora un grande nemico, Antonio Mariani, padre del Sor
Giusto e
Monsignor Salvatore. Fra le due parti si innescò un odio particolarmente cruento che
sfociò in un'avventura degna di un films. Si racconta che:
- Un giorno i Mattioli riuscirono a catturare il Mariani in località "Arignano"
e lo trascinarono nel loro
covo. I malfattori, in compagnia di altri componenti la banda del "Crudo", per
festeggiare l'avvenimento
uccisero un maialino e per arrostirlo delegarono il prigioniero ad accudire il fuoco
comunicandogli anche
che dopo il festino gli avrebbero fatto la "festa". Il Mariani, una volta
provveduto alla cottura del maialino,
fu legato e lasciato nei pressi del fuoco mentre i rapitori, al riparo della propria
capanna, cominciarono a
festeggiare l'accaduto. Antonio meditava la fuga ed attendeva il
momento propizio per attuarla. Dopo circa un'ora, ritenuto che i malfattori fossero tutti presi dai fumi dell'alcool, si liberò
dai legacci mise il suo
mantello sul pongolo (specie di bastone), vi posò sopra il cappello e se la diede a gambe
insalutato ospite. I briganti, quando decisero di mettere in atto la loro minaccia, si imbestialirono
accorgendosi della
beffa perpetrata ai loro danni; cercarono di rintracciare il prigioniero ed al culmine
dell'ira Lanno Mattioli
cominciò a sparare all'impazzata.
Di seguito trascriviamo una delle tante lettere minatorie che i briganti indirizzavano ai
possidenti locali:
«Caro sorfilice ci
racomantiamo a voi che noi siamo sei persone che stiamo per le mache e ci racomantiamo che ci montate cinquecento lire che no sarete molestato ne voi e ne i vostri
beni che
sino li montate nosarete patrone asorti di casa e se li montate che siano puliti e fate
silenzio e
montateli questi denari che si no li montate nosarete patrone a caminare tre pasi e se li
montate
che siano puliti e state zito che si no li montate vi daremo foco a voi e tuta la roba e
silenzio».
Finalmente la Benemerita entrò in azione, scrollandosi di dosso l'apatia fin lì
dimostrata, braccando
ed inseguendo i banditi ed infine catturandoli.
Al giudizio ai Mattioli furono inflitte le seguenti non lievi pene:
- Lanno Mattioli: lavori forzati a vita.
- Luigi Mattioli: 28 anni di detenzione.
Lanno morì dopo alcuni anni di bagno penale, Luigi scontò i suoi 28 anni uscì anziano e
malandato,
ma nonostante ciò si sposò con una certa Annamaria che gli dette un figlio maschio di
nome Giovanni.
Morto il bandito Annamaria si risposò con tale Marco ed emigrò in America. Qui dopo
qualche anno
abbandonò il marito e si risposò per la terza volta con un emigrato originario di Chia.
Con quest'ultimo rientrò in Italia mentre il figlio di Luigi Mattioli, Giovanni, restò
in America e di lui non si
sono più avute notizie.

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