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San Lanno, Protettore di Bassanello

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Oltre alle aggiunte e alle disposizioni emanate dai diversi principi, e ai protocolli sui danni dati, stipulati con le comunità di Gallese, Orte, Soriano e Vignanello, lo statuto riporta tre documenti che riguardano la Festa di San Lanno, il santo protettore della comunità.

Il primo (pag. 53) è una "notificazione" [1] del duca Egidio Colonna che, richiamandosi a un "breve" [2] di Clemente X del 6 settembre 1675, "fa intendere a tutti" che per il giorno 5 di maggio di ogni anno, festa di San Lanno, "ci sarà fiera franca e libera", con l'esenzione di ogni gabella, anche per quei "mercanti e artisti", che si fossero trattenuti per qualche giorno in più.

Il secondo (pag. 67) è una "riflessione sopra il nome e luogo del martirio di San Lanno", documento rilevato da un manoscritto degli anni 1728-1729. In esso si difende la tesi che il lago Vadimone dove secondo la leggenda San Lanno sarebbe stato martirizzato, dovrebbe ritenersi non quello storicamente riconosciuto nei pressi di Orte (secondo la lettera di Plinio il giovane a Gallo) ma quello situato nel territorio di Bassanello, poi prosciugato per farne terreno coltivabile.

Il terzo, assai più importante, è una relazione dei festeggiamenti celebrati nel 1728, nel primo centenario del ritrovamento del santo. Si fratta di un verbale, forse appositamente stilato, per tramandare alle generazioni future il modello da seguire nelle celebrazioni annuali in onore del Santo Patrono. I festeggiamenti dovevano iniziate nel "vespero" del giorno 4 maggio e proseguire il cinque, dedicato alla memoria della vita e del martirio del santo, il sei, per visitare la chiesa eretta sul luogo in cui, per antica tradizione, il santo era stato martirizzato, e, il sette, per ringraziare il Signore del suo rinvenimento. In ogni giornata doveva essere celebrata una solenne messa cantata e una processione, con contorno di spari, intrattenimenti culturali e sportivi, e chiudersi ogni sera con una sfarzosa illuminazione.

Chi Era San Lanno ?

Per una sicura lettura delle cinque leggende fiorite attorno alla sua vita non si può più prescindere dagli studi condotti "con riconoscente amore" da Mons. Salvatore Mariani [3] e dal saggio ampio e ragionato di Don Mario Mastrocola [4].

Sia l'uno che l'altro sono giunti a conclusioni che possono considerarsi ferme e sicure: che, cioè, non si tratta di un santo leggendario, ma di un Santo storicamente accertato, intorno al quale sono poi fioriti alcuni elementi leggendari.

Di lui è stato tramandato il nome originario Lando, (trasformato poi per assimilazione in Lanno), la terra di origine (la Germania), il suo servizio militare volontario, dapprima come soldato nell' esercito romano e poi nella guardia imperiale di Massimiano, la sua venuta in Italia in età giovanile ("florentibus annis"), il suo apostolato nell'alto Lazio e, infine, il suo martirio sotto Diocleziano.

Altri elementi, come i motivi della sua venuta in Italia (se per sua richiesta volontaria, come sostiene il Mariani (pag. 88) o per difendere la nuova religione, come sembra sostenere il Mastrocola (pag. 153) [5] e il luogo del suo martirio (lago Vadimone presso Orte o fuori dell'abitato di Bassanello, sulla via Ortana), suscitano ancora oggi molte perplessità, e noi non abbiamo indizi sicuri per una scelta definitiva. Si può, comunque, affermare con sicurezza che il suo culto a Bassanello è assai antico, anche se si mette in dubbio che la chiesina costruita sul luogo del martirio possa risalire al sec. IV.

Era perciò inevitabile che, attorno a queste notizie, a partire dal sec. XVI, ne fiorissero altre, raccolte via via in cinque biografie, intessute di molti elementi leggendari. Esse sono:

a) - la leggenda prima della "Fabrica Ortana", opera dello storico orlano Don Lando Leoncini;

b) - la leggenda seconda della Fabrica Ortana;

e) - la leggenda riportata da Filippo Ferroni nel "Chatalogus Sanctorum Italiae";

d) - la leggenda conservata nell'archivio della famiglia Landi di Piacenza;

e) - la leggenda di Prato.

a) - la leggenda prima della "Fabrica Ortana"

Precisiamo anzitutto che con il termine "Leggenda" intendiamo indicare non un fatto immaginario, ma una tradizione scritta (leggenda=da leggere) di avvenimenti che, pur avendo un fondamento certo, sono stati sostanzialmente rielaborati e arricchiti di elementi estranei.

La "leggenda prima", riportata dal Leoncini (op. cit. vol. IV, f. 5-6), può considerarsi la redazione definitiva della vita del santo, collocata al quinto posto del "catalogo dei santi et beati dal vescovado di Orte e diocesi", che avrebbe dovuto aprire "la storia di Orte", da dare alle stampe. In cinque pagine, ordinate e pulite, e in una prosa piuttosto elaborata vengono raccolti elementi leggendari che dovevano dare alla narrazione il tono e la forma propri delle narrazioni biografiche del tempo.

Così, ad esempio, quando l'autore racconta che San Lanno era il più giovane di cinque fratelli (Ilario, Valentino, Felicissima, Publio e Florenzo), aggiunse certamente questo particolare per collegare il santo con gli altri martiri della stessa persecuzione, vissuti nello stesso territorio della Tuscia. Ilario e Valentino, infatti, vengono ancora venerati a Viterbo, Felicissima a Civita Castellana; quasi certamente, però, equivocò nel dare al termine "fratres", desunto da una più antica redazione, il significato di parentela umana e non di fraternità spirituale, come all'origine usavano chiamarsi i Cristiani fra loro. Anche i contorni del tempio di Marte, che crollò dopo la preghiera levata dal santo a Dio, il furore dell' imperatore che ordinò di legarlo a un albero e di bruciacchiarlo in tutto il corpo con lamine infuocate e di tagliargli infine la testa, son tutti elementi raccolti dalle vicende di altri martiri per rendere più meravigliosa la storia del suo martirio.

Altre notizie, aggiunte per abbellirne la vita, ci aiutano a far luce su alcune tradizioni popolari. Il santo era assai onorato, non solo a Bassanello, ma anche "da altri infiniti popoli". Le feste in suo onore si facevano con grande solennità.

Il santo era invocato "per molte grazie, massime per il dolore della testa", tanto che, annota il Leoncini, i vecchi raccontavano che "se diceva la festività della testa di San Lanno, e buona parte degli uomini di quel popolo" si chiamavano con questo nome.

b) - La leggenda seconda, in versi esametri non sempre metricamente corretti, composti da un autore, secondo il Fontanini [6] "rerum et temporum imperitus" (non bene informato sulle vicende e sui tempi) è una rielaborazione della prima, rielaborazione della prima, con l'aggiunta di altri elementi. Questi versi "in laude di San Lanno", racconta sempre il Leoncini, furono ritrovati scritti "su carta pecora", conservata ancora in mano di Don Bartolomeo Libriani, arciprete di San Salvatore e San Valentino in Bassanello. Mons. Mariani vi ritrova, nell'essenzialità del racconto, l'eco delle antiche tradizioni: il nome del santo, la città d'Origine (Colonia), l'età giovanile ("fiorenti-bus annis"), l'impressione da lui subita nell'assistere alle atroci pene cui venivano sottoposti i martiri nelle città del Lazio, il suo slancio nel seguirne il martirio, l'aperta sua professione di fede, l'invito a seguire Cristo, la rabbia dei persecutori, lo strazio delle sue carni e, infine, il martirio subito presso il ponte della Chiesa di San Lanno, sulla strada per Orte, (circostanza, questa, indicata curiosamente nel verso esametro con la figura retorica della tmesi ("Italiae sinus Bassa- prope oppida -nelli / ponticulo manus erexit in altum...) [7] che riporta la composizione nell'ambito di una cultura umanistica paesana.

c) - La terza leggenda, contenuta nel Catalogo dei Santi di Italia (Milano, presso Gerolamo Bordano, 1622) riporta il particolare che il martirio di San Lanno sarebbe avvenuto presso il lago Vadimone che, però, l'autore pone non già presso Orte, ma poco distante dalle mura di Bassanello.

Il Mastrocola considera questa collocazione un errore, per altri invece si tratterebbe di un particolare spurio, aggiunto allo scopo di collegare il martirio del Santo in un luogo celebre dell'antichità: del lago fanno menzione diversi autori latini e sopratutto Plinio il Giovane in una lunga lettera all'amico Gallo: un nome, dunque, più noto, che non il "pagus" (villaggio) di Bassanello.

d) - La cosidetta leggenda di Prato si distacca da tutte le altre, perchè pone la nascita del Santo non già a Colonia ma a Prato, e fissa l'età del suo martirio a 55 anni, non già tra i 15 e i 18: egli infatti, sarebbe nato nel 197 d.c. e sarebbe stato martirizzato nel 252, al tempo dell'imperatore Decio, poco dopo il martirio di Miniato. Il culto del santo, di cui si conserva un reliquario, avrebbe avuto origine a Prato nel sec. XVI. Al tempo del Leoncini la festa si celebrava ogni anno il 5 maggio, come a Bassanello. Oggi, in quella città, il culto di San Lanno è completamente scomparso.

e) - Assai più interessante, invece, e più rispondente ai dati tradizionali è la leggenda della famiglia Landi di Piacenza.

In essa ritroviamo tre importanti particolari:

1) - Che San Lanno era cavaliere;

2) - Che la data del suo martirio va collocata nel 296, al tempo dell'epurazione dei cristiani dall'esercito romano, ordinata da Diocleziano, nella stessa persecuzione in cui fu martirizzato San Sebastiano;

3) - Che alla sua festa, "ab antiquo", erano dedicati tre giorni, il 5, 6, 7 del mese di maggio.

Il documento, conservato nell'archivio della famiglia Landi, è del 1482, e trova singolari riscontri in due capitoli, il 25 e il 30, nello statuto di Bassanello, emanato nel 1533 da Laura e Nicolò della Rovere.

Nel cap. 26 si stabilisce che il Vicario del principe non sieda "al banco" per render giustizia, "in la festa de Sancto Lanno per tre dì inanzi et poi"; nel cap. 30 si dispone che il camerlengo faccia "un cilio", cioè un serto di fiori, oltre che nella festa della Madonna Assunta, anche nella festa di San Lanno "protectore del castello di Bassanello".

I tre giorni di festa erano talmente sentiti e affollati che papa Alessandro VI, nel 1495, concesse l'indulgenza plenaria a tutti i fedeli che in quel giorno avessero visitato la chiesa del Santo.

Da quanto abbiamo rilevato esaminando le cinque leggende, possiamo riassumere e fissare come definitivi alcuni dati che, con sufficiente attendibilità, possono ritenersi storicamente accertati.

1) - Può accertarsi come definitiva, per rispetto della pietà popolare che l'ha così sempre venerato, l'alterazione dialettale del nome originario Lando in Lanno. Questa alterazione, dovuta all'assimilazione della dentale (d) nella nasale (n) (Lando=Lanno) è normale nella nostra regione, e risale alla evoluzione naturale della lingua latina nella forma volgare, iniziata dal sec. III-IV dopo Cristo, come attesta l'Appendix Probi. L'epigrafe impressa sul mattone, rinvenuto nella tomba del santo, assegnata al sec. IX-X, raccolse appunto questa forma, essendo stata l'altra certamente dimenticata nella tradizione popolare.

2) - Sulla base del nome, possiamo accogliere come certa l'origine germanica del Santo.

3) - Tre leggende concordano nell'indicare Colonia come città d'origine.

4) - E' discutibile la sua qualità di "miles", soldato o cavaliere. L'ipotesi sarebbe, certamente, in armonia con l'osservazione di Tacito, che molti giovani germanici chiedevano di arruolarsi nell'esercito romano per esser trasferiti in altre regioni, ma viene respinta dal Mastrocola, per il quale il titolo di "cavaliere di esercito" sarebbe derivato dalla qualifica di "cavaliere di Cristo" con cui nella prima leggenda, il Santo si sarebbe proclamato dinanzi all'imperatore; San Lanno, insomma, sarebbe venuto in Italia non per fare il soldato, ma per diffondere la nuova religione.

5) - Questo viaggio dovette avvenire quando aveva l'età di 17-18 anni. La perizia necroscopica eseguita sui suoi resti mortali ci conferma che a questa età egli dovette subire il martirio all'inizio del sec. IV, al tempo della persecuzione di Diocleziano, quando molti militari, tra cui San Sebastiano, vennero messi a morte perchè cristiani.

Dobbiamo, invece, fondarci su congetture per cercar di risolvere un altro importante problema. Tutte le fonti sono concordi nell'assegnare a Bassanello il luogo del suo martirio. Ora, la domanda che si pone è questa: quali ragioni lo spinsero a fermarsi in questa nostra zona ? Noi non abbiamo elementi sicuri per dare una risposta certa.

Noi potremmo solo ricostruire con una certa fondatezza l'itinerario seguito dal giovane Lando per arrivare dalla Germania a Roma, solo se riteniamo accettabili le indicazioni contenute in tutte le leggende, e cioè che da Colonia, dove sarebbe nato, sia passato a Treviri, dove l'imperatore Massimiano aveva fissato nel 285 la sua residenza.

Qui, per la sua prestanza fisica (i resti mortali confermano che era alto un metro e sessantanove centimetri), fu chiamato a far parte della guardia imperiale. Al seguito di Massimiano, nel 292, sarebbe venuto in Italia e con molta probabilità non sarebbe rimasto a Milano, ma fu inviato a Roma a guardia del palazzo dei Cesari. Qui, al rincrudire della persecuzione, assistette all'eroica testimonianza dei cristiani di fronte ai tormenti, e sentì fiorire spontanea nell'animo l'ammirazione per loro e il desiderio di imitarli e di prenderne il posto. Da qui la sua aperta predicazione e la sua partenza da Roma. La leggenda seconda della "Fabrica Ortana" narra che si fermò a Falleri, sulla via Flaminia e da lì, percorrendo la via Amerina che si diramava da Falleri arrivò a Bassanello. Qui fissò la sua residenza e predicò la fede; qui avvenne il suo arresto, il processo e, infine, il 5 maggio, il suo martirio.

Quali ragioni, dunque, lo indussero a fermarsi a Bassanello ?

Se si accetta la sua professione di soldato, la ragione va ritrovata nel suo animo, abituato ad affrontare con coraggio le situazioni difficili.

Gli storici del cristianesimo primitivo sono concordi nell'affermare che la predicazione del Vangelo, mentre trovò grandi difficoltà nell'Italia Settentrionale, si diffuse con una certa rapidità nell'Italia centrale e meridionale.

Che, però, nel III secolo la fede avesse messo già radici profonde, lo dimostra il fatto che il sinodo, convocato da papa Cornelio III (251-253), vide arrivare a Roma oltre sessanta Vescovi da ogni parte d' Italia. Non v'ha dubbio, dunque, che fin da allora fossero già in vita un centinaio di diocesi. Si è notato, inoltre, che nelle regioni centrali, il cristiano trovò le più tenaci resistenze e gli ostacoli più gravi proprio nelle zone dell'Etruria, dove assai radicati erano i culti tradizionali sostenuti dagli Etruschi.

Di fatto, la tradizione cristiana, in quelle zone, era cominciata con la persecuzione di Decio e di Claudio, proprio nella seconda metà del III sec, e aveva trovato i suoi campioni in una schiera di martiri: Gratiliano e Felicissima a Faleri, Eutizio a Ferento e, infine, Lando, a Bassanello.

In questo quadro, noi potremmo dire che San Lanno è, sì, gloria affidata all'amore e alla devozione della comunità che ha il privilegio di custodirne le spoglie mortali, ma appartiene a tutte le comunità della nostra zona che a Lui, inviato da Dio a piantare il germe cristiano nell'anima della nostre popolazione, devono il dono della fede, testimoniata con il sangue. Insieme con il martire Eutizio, egli sta alla radice stessa del nostro cristianesimo. Con il suo nome, dunque, iniziava il cammino la chiesa della Diocesi ortana. Qui, dove il campo era più difficile, egli decise di rimanere: qui, egli cominciò ad annunciare la salvezza, e qui il 5 maggio del 296 egli testimoniò fedeltà a Cristo con i tormenti e la morte.

Narra la leggenda che, mentre stava ancora nella mani dei carnefici, Lanno rese la vista a un cieco fin dalla nascita, ed è tradizione che trova un supporto nel luogo dove avvenne il miracolo, ricordato appunto con il nome di San Ceconato, quasi a simboleggiare, anche con un fatto concreto, che con la sua morte egli veniva ad aprire a noi gli occhi alla luce della fede.

Tra tutti i persecutori, Diocleziano fu certamente il più spietato, fino a cancellare il segno più autentico della civiltà romana, la pietas verso i morti, proibendo di dare sepoltura ai martiri per impedire che la loro tomba divenisse meta di preghiera e di culto.

I cristiani di Bassanello riuscirono, però, non sappiamo come, a comporre le sue spoglie in un luogo sicuro, che il Mariani, appoggiandosi alla frase con cui si conclude la prima leggenda riportata dal Leoncini, ritiene sia stata a ridosso delle mura [8]. Da questo luogo, dopo l'editto di Costantino, le spoglie del santo sarebbero state poi composte entro la primitiva basilica cristiana. Una terza sepoltura fu necessaria nel sec. IX, per sottrarre le sacre reliquie al saccheggio degli arabi che, in quel tempo, facevano frequenti scorrerie nelle città del Lazio.

Fu proprio in questi anni che papa Leone IV (847-855) appena eletto, fece rafforzare le mura e le porte della città di Orte e di Amelia [9]. Molto probabilmente fu in queste circostanze che le spoglie di San Lanno vennero traslate in un loculo segreto, scavato nelle antiche mura castellane, presso una torre trasformata poi in un campanile, quando fu costruita, verso la fine del sec. IX, la veneranda chiesa di Santa Maria.

Da questo luogo le reliquie del santo, delle quali si era persa la memoria, vennero riportate alla luce il 25 marzo 1628, alla presenza del Vicario generale della diocesi di Orte, don Bartolomeo Valentini, dei parroci di S. Maria e dei tre priori comunali residenti.

Le cose andarono così. Il parroco di Santa Maria, Don Sebastiano Pollioni quando il Vescovo Gozzadini era stato a Bassanello per la visita, aveva chiesto il permesso di verificare la fondatezza delle voci diffuse "ab immemorabili", che, in "un tumulo ornato" di pietre bellissime posto in una cappella accanto alla vecchia torre, era conservato "il corpo del glorioso santo Lanno avvocato della nostra terra", tanto più che il 5 maggio di ogni anno, giorno della sua festa, il popolo accorreva in quel luogo per sua devozione, poneva la testa entro una finestrella che dava su quel tumulo e sentiva, solo in quel giorno, "cosa certo meravigliosa", un mormorio come un batter di tamburi.

Forte del permesso datogli a voce dal Vescovo, il 18 gennaio 1628, Don Sebastiano, dopo aver celebrato la Messa e aver implorato l'aiuto di Dio e l'intercessione di San Lanno, era andato "in detta cappella", aveva scavato segretamente, aprì un buco e scoprì che dentro quel tumulo era un corpo tutto intero "di ossa distese".

Pieno di commozione, corse ad avvertire Pietro Fabiani, che era il presidente della confraternita di San Lanno, e insieme, la mattina dopo, corsero a Caprarola, dove il Vescovo si trovava per la visita, per informarlo di quanto avevano visto. Il vescovo ascoltò attentamente.

Non potendosi muovere sul momento, per impegni urgenti, disse di rimettere, intanto, il tumulo come era, e di aspettare il giorno in cui egli sarebbe venuto.

Il 25 marzo, accompagnato dai suoi "familiari", cioè dalle persone al suo seguito, il Vescovo arrivò a Bassanello, e insieme con Don Pollioni e Don Bartolomeo Valentini, venuto appositamente da Orte, si recò nella cappella accanto al campanile, dove era il tumulo a forme d'altare, coperto di pietra e di marmo tutto d'un pezzo, lungo 13 palmi e largo 5, in mezzo al quale, sulla fronte, era una fenestrella larga un palmo e mezzo, profonda e alta due palmi, sopra la quale don Pollioni aveva posto una lampada.

Fece aprire di nuovo il piccolo pertugio che aveva già aperto don Sebastiano, esplorò con ceri accesi l'interno e vide, anche lui, un corpo ("quoddam corpus") disteso e ben composto. I santesi della società di San Lanno chiesero allora il permesso di demolire il tumulo, di esporre e poi di trasferire entro la chiesa le sacre spoglie. Il vescovo acconsentì, e subito i due parroci diedero l'incarico a mastro Michele Bottino di eseguire quanto disposto, alla presenza del Vicario generale e dei priori della comunità. Venne alla luce un loculo lungo metri 1,80, largo m. 0,45 e alto m. 0,42, coperto di una lastra di travertino, sostenuto da pietre di peperino e di tufo. All'interno furono rinvenute le ossa di un corpo umano, disposte secondo le congiunture naturali. Il capo posava verso occidente e i piedi verso oriente; la lunghezza del corpo era di 6 palmi e mezzo, cioè m. 1,69.

Cinque giorni dopo, per caso, fu ritrovato un mattone su cui era incisa l'iscrizione che, in seguito, avrebbe fatto tanto discutere gli epigrafisti. L'aveva raccolto, da un mucchio di calcinacci della demolitura del loculo, una bambina di tre anni, Floriana, che il padre, Pietro Fabiani, aveva portato con sé nella cappella per mettere l'olio nella lampada. Il Fabiani corse subito nella casa del parroco, dove alloggiava ancora il vicario Valentini, e consegnò nelle sue mani il frammento perché lo esaminasse, "essendoci scritto non so che lettere".

Tornarono tutti insieme nella cappella e, attaccati alla parete del loculo, trovarono altri quattro frammenti del mattone con il resto della iscrizione che, così ricomposta, poterono finalmente leggere:

Lannus XPI (Chisti) martir hic requiescit sub Diocletiano.

[E.P.S.] passus.

(Qui riposa Lanno, martire di Cristo, che patì sotto Diocleziano).

Autorevoli epigrafisti, quali il Mamachi, il Cecchelli, il Ferrua, hanno assegnato l'iscrizione tra il IX e il XI sec., cioè tra l'ottocento e il mille dopo Cristo. Furono, però, quelle tre lettere, inserite nel testo tra "Diocletiano" e "passus", a suscitare una lunga e accesa discussione.

Che significato potevano avere ?

Il Leoncini, che vide l'iscrizione il 15 maggio dello stesso anno, non esitò a interpretarla così: E(utichius), P(resbyter), S(epelivit): lo seppellì il presbitero Eutizio.

In questo modo, osserva il Mastrocola, il Leoncini completava la leggenda che pareva aver dimenticato, tra i santi locali, proprio quello più importante, e ricollegava San Lanno "con i santi della regione della Tuscia suburbicaria".

Il Mamachi la interpretò invece come una abbreviatura della parola "Episcopus": in questo caso l'iscrizione avrebbe assunto un ben preciso significato: (Qui riposa il martire Lanno Vescovo che patì sotto Diocleziano"), e se ne comprende la ragione: per il Mamachi, impegnato nella polemica sulla precedenza tra le due diocesi di Orte e Civita Castellana, dare a San Lanno, martirizzato presso il lago Vadimone, la qualifica di Vescovo di Orte, significava un punto di vantaggio per la causa che difendeva.

Il Costanzi ritiene, invece, che si tratti semplicemente del marchio di fabbrica che veniva abitualmente impresso sulla tegola o sui mattoni, un'ipotesi che non sembra però conveniente con la serietà dell'epigrafe.

Mons. Mariani, che ha ripreso la questione al nostro tempo, ha avanzato un'interpretazione che può ritenersi storicamente logica e al tempo stesso suggestiva.

Egli afferma, anzitutto, che quelle lettere, rinchiuse in un rettangolo scavato nell'epigrafe, non hanno nulla a che fare con il testo: di conseguenza tutte le interpretazioni fino allora presentate debbono considerarsi prive di ogni fondamento.

Occorre, perciò, ricercare altre motivazioni che si ricollegano non già con il tempo del martirio, ma con il contenuto del tumulo, allo scopo di dare la ragione del seppellimento in quel luogo specifico. Sulla base di queste premesse, egli avanza un'ipotesi, come abbiamo detto, logica e, al tempo stesso, suggestiva. Se l'iscrizione, egli osserva, che riguarda il tumulo, entro il quale furono nascosti e conservati i resti mortali di San Lanno, risale al sec. IX, molto probabilmente con quelle lettere si volle indicare il motivo per il quale quei resti così preziosi e venerandi venivano nascosti in quel luogo, e il motivo non poteva esser altro che quello di evitare che venissero in qualche modo profanati e dispersi.

Il pericolo era reale se si tien conto, e la testimonianza del Liber Pontificalis e del Cronicon di Benedetto Monaco di Sant'Oreste non lasciano alcun dubbio, che quello era il tempo in cui bande di Saraceni infestavano continuamente con rapide scorrerie il nostro territorio. Quelle tre lettere, allora, sostiene mons. Mariani, hanno un significato solo, se, in questo contesto, si leggono come le iniziali di una notizia che motiva le regioni di quel nascondimento.

"Lannus XPI martyr hic iacet sub Diodetiano [E(reptus) P(ericulo) S(aracenorum)] passus.

Lanno martire di Cristo che patì sotto Diocleziano riposa qui sottratto al pericolo dei saraceni.

Che i resti mortali rinvenuti appartenessero al Santo, oltre che dalla iscrizione, fu confermato da due ancor più autorevoli fatti. La sera stessa del 25 marzo 1628, un giovane di sedici anni, Lanno Fuccellara, che camminava appoggiandosi sulle grucce, si recò al sepolcro e si unse con l'olio della lampada la gamba impedita.

Sentì una forte ispirazione di alzarsi in piedi, senza l'aiuto delle grucce, si alzò, difatti, perfettamente risanato e corse alla chiesa di Santa Maria dove, tra l'entusiasmo e la commozione generale, depose le stampelle sull'altare.

Pochi giorni dopo, una donna di 50 anni, una certa Diamante Gentili, ottenne la stessa guarigione. Una nota del Leoncini ci da modo di capire con quanta trepidazione in quei giorni la gente si accostasse al sepolcro. Il 6 maggio di quello stesso anno, festa di San Lanno, si era mosso appositamente da Palestrina il principe Colonna, per recarsi nel suo feudo di Bassanello a rendere omaggio al santo. Passando per Orte, volle che venisse con sé anche Don Lando Leoncini, suo amico.

Il Leoncini, che aveva allora la veneranda età di 79 anni, benché fosse ormai quasi del tutto cieco, accolse il cortese invito, e quando fu aperto il sepolcro si accostò trepidante alle sacre spoglie. Tornato a casa, dettò al sacerdote che lo assisteva nella cura della parrocchia di san Pietro, questa nota così carica di commozione: "io, misero peccatore, et devotissimo di esso martire, li sei maggio, essendosi aperto il sepolcro per farlo vedere al Signor Principe Colonna di Palestrina et padrone di Bassanello, fui degno per sua pietà poterlo toccare et adorare, così piaccia al Signore et all'intercessione di esso martire che possa godere et fruire in Ciclo".

Il 29 marzo, quattro giorni dopo la sua visita, il vescovo Gozzadini apriva il processo diocesano sul culto e sui miracoli del Santo e inviò, quindi, tutti gli incartamenti con le testimonianze alla Congregazione dei Riti in Roma. Due anni dopo, il 23 marzo 1630, Roma autorizzò la comunità di Bassanello a trasportare solennemente in processione per le vie del paese le spoglie venerande, riconoscendo con ciò ufficialmente l'autenticità del Santo.

Il 7 maggio 1634 le spoglie del santo, sorrette a spalla dallo stesso vescovo, dai canonici di Orte e dai sacerdoti di Bassanello, vennero trasportate solennemente in processione per le vie della città e, quindi, collocate nella piccola cappella sotto l'altare della Chiesa di Santa Maria (Sacrestia). Anche quella giornata fu memorabile e la comunità decise che venisse ricordata per sempre, fissando in perpetuo, il 7 maggio come giorno conclusivo delle feste patronali.

Il primo centenario del ritrovamento, che fu celebrato con straordinaria solennità, si svolse, secondo una tradizione ormai definitivamente consacrata, nei giorni 4, 5, 6, 7 di Maggio del 1728. La cronaca di quelle giornate fu ritrascritta come ultima aggiunta allo statuto, per tramandare alle generazioni seguenti il modello dei futuri centenari.

La festa si aprì nel pomeriggio del 4, con la celebrazione dei Vespri solenni, presieduti dal Vescovo Tenderini "in pontificalibus", con l'assistenza di quattro canonici della cattedrale di Orte, del clero di Bassanello, alla presenza del duca, del magistrato, accompagnato dal personale del comune al completo, e da una grandissima folla.

I salmi furono cantati da due cori di musici, provenienti da Roma e da altri paesi vicini, uno con strumenti vari (6 violini, 2 oboe, flauti, violoncello e trombe) e l'altro di cantori.

La chiesa era adorna di parati e lampadari, gli altari e la cappella di San Lanno illuminati con numerosi ceri. A sera, e tutte le sere seguenti, la cittadina (a quel tempo contava 1003 abitanti: 750 delle parrocchie di S. Maria e 243 di S. Salvatore) fu illuminata con lanternini e torce, appesi a ogni finestra.

All'aurora del giorno seguente furono schierati alla porta della città i soldati della corte ducale, per controllare i forestieri che arrivavano e per far depositare le armi che portavano. Alle 10 ebbe inizio la messa solenne. Il vescovo, dopo il Vangelo, pronunciò "un devoto e dotto panegirico del santo". Subito dopo ebbe inizio la solenne processione.

L'aprivano "le milizie locali", "con tamburi, pifferi e trombetti", seguivano le confraternite del rosario in veste turchina, della Misericordia in veste nera, del Gonfalone con la veste bianca e, infine, la più nobile, quella di S. Lanno, con la veste rossa. Seguiva, quindi, il clero con i canonici in cotta e pianeta e, ultimo, il Vescovo che sosteneva le reliquie del Santo in forma di busto, sotto il baldacchino, sostenuto dai membri del Magistrato comunale.

In piazza, in una breve sosta, furono distribuite ai fedeli medaglie e immagini del santo e composizioni poetiche in forma di sonetto.

Un gran numero di forestieri non riuscì ad entrare nella piazza ed erano rimasti fuori le mura. Si decise allora di prolungare la processione, uscendo fuori la porta e facendo un lungo giro nella spianata ("per una pianura di amenissimo luogo"), per dare anche a loro la possibilità di venerare le spoglie del santo.

Nel primo pomeriggio si svolsero i festeggiamenti popolari: la corsa dei cavalli, con il premio di un panno di seta di tre canne. Quindi nella piazza si svolse una iniziativa sorprendente, di altissimo livello culturale: l'esecuzione musicale di un oratorio (il verbale la definisce "famosa composizione") "con grande " soddisfazione, di tutto il popolo "sia per le scelte voci come per li bravi strumenti". E perché la gente avesse la possibilità di seguire la rappresentazione e capirne il significato, furono distribuiti, a tutti, i libretti appositamente stampanti.

Il 6 maggio, terza giornata di festa, fu cantata con solennità la messa "con la medesima pompa" del giorno avanti, fu fatta "la solita processione" fino alla chiesa antica di San Lanno, "situata fuori le mura, dove si crede per antica tradizione che il Santo ricevesse il martirio".

Nel pomeriggio, si svolse dapprima la corsa podistica "con il premio di tre canne di stoffa", poi la lotta greco-romana con il premio di venti palmi di panno nero in piazza; quindi, sul tardi, fu dato fuoco alla macchina artificiale, che rappresentava "un fortino con un guerriero in cima". Alla fine si eseguì, in prima esecuzione assoluta, il secondo oratorio "posto in musica" dal maestro di cappella di Bassanello, signor Pizzinelli, con i medesimi strumenti e le medesime voci del giorno avanti.

Il 7 maggio, ultimo giorno, "si diede" in prima mattina la giostra del Saraceno. Si trattava, e si tratta tuttora perché in alcune regioni ancora si usa, di uno spettacolo di destrezza e di bravura, in cui i giostratori, correndo a cavallo, dovevano infilare l'asta in un anello, talvolta a forma di stella. A Orte, fino agli anni trenta si faceva nella festa di Sant'Antonio Abate, organizzata dai contadini, con una... piccola variante, che si correva non con i cavalli, ma con gli asini. In quella giornata, a Bassanello, vi parteciparono 12 cavalieri provenienti da diversi paesi. Il premio in palio, una pezza di Damasco turchino di tre canne, fu vinto da un cavaliere di Canepina che, tra le meraviglia e lo stupore del popolo, "in tre valorose carriere" riuscì "a staccare tre stelle". Seguì poi la messa solenne, cantata dai "musici" dei paesi vicini, e subito dopo si svolse, la solita processione. Nel pomeriggio, altra corsa a piedi e altra "giostra" di lotta. Il premio per la corsa, erano tre canne di castoro di vari colori; per la lotta, tre canne di Tabio ondato, cioè di un panno di seta pesante con venature ondulate detto anche "tabi marezzato". Subito dopo, canto dei vespri "con i medesimi musici rimasti" e processione per il paese ("per la Terra") cantando il Te Deum.

Il verbale sottolinea poi che nei primi tre giorni di festa "allo spuntar dell'aurora" e durante la processione, ci fu sempre "una strepitosa salva di mortaretti... e che, per la gloria speciale del detto Santo Patrono", tutto si svolse con "quiete e pace", senza il minimo disturbo. Si valutò che alla festa avessero partecipato oltre tremila forestieri. "Così, dice il verbale, terminò il centesimo".

La tradizione che la festa del Santo si svolga in quattro giorni (tre a memoria del ritrovamento e uno della traslazione dalla piccola cappella alla chiesa di Santa Maria) sempre alla stessa maniera e con gli stessi programmi, religiosi e civili, è ormai consacrata, anche se, in questo ambito, i giochi variano a seconda dei tempi.

Nel 1752 fu composta da don Francesco Marini, teologo della cattedrale di Orte, la novena in preparazione della festa, aggiornata e ristampata da don Nicola Marini e, ultimamente, da Mons. Mariani. Anche le reliquie del Santo furono custodite in maniera sempre più decorosa: dapprima, non appena ritrovate, in una cassa di cipresso; poi, nel 1735 in un'urna di legno dorato; infine, nel 1827 in una piccola urna, collocate entro una statua di cera, che riproduce l'immagine del Santo, giovane di 15-17 anni, con il volto bellissimo, disteso, come spossato, quasi che volesse riposare, sopra due cuscini, opera del famoso cerista Gioacchino Mortula.

Per lungo tempo si credette che il culto del santo fosse circoscritto esclusivamente all'interno della piccola comunità di Bassanello. Ma in tempi recenti si è scoperto che la sua fama e il suo culto erano invece estesi, in modo e forma diversi, anche in altre parti d'Italia.

Così, quando lo studioso ortano, Giocondo Pasquinangeli, ritrascrisse l'opera del Leoncini "Fabrica Ortana" si venne a sapere che nel '600 a Prato si conservava una reliquia del santo e ne era diffuso il culto [10]. Mons. Mariani ci informa, in proposito, che la fonte di questa notizia era stata diffusa da un certo dottor Carlesi, il quale l'aveva ritrascritta da Alessandro Guardini, un autore vissuto tra il 1530 e il 1565, che a sua volta l'aveva attinta da un antico manoscritto conservato nella cancelleria Vescovile di Prato. Il Mariani chiese al Carlesi se quel manoscritto era ancora controllabile. La risposta fu che quel manoscritto era scomparso e che del culto del santo non v'era più alcuna traccia. Il Leoncini, che aveva certamente attinto la notizia dal Guardini, riferisce che a Prato la festa di san Lanno si celebrava il 5 maggio e che del Santo si venerava allora una reliquia, forse, del braccio.

Ben altro fondamento ha invece la notizia del culto di San Lanno contenuta in un documento conservato dalla famiglia Landi di Piacenza. Si tratta di una lettera inviata da Roma il 15 marzo 1648, in cui il principe Cesare Colonna annunciava a Margherita Farnese, duchessa di Piacenza, di averle inviato, su richiesta dell'abate di Montecassino, don Claudio Landi, le reliquie di San Lanno, perché la consegnasse alla famiglia Landi.

Parte di quelle reliquie rimasero a Piacenza in casa Landi e parte furono inviate a Mocassina, sul lago di Garda, dove risiedieva un ramo della famiglia, e dove furono conservate nella chiesa di San Giorgio. In una nota del suo libro (pag. 191 n. 3) Mons. Mariani aveva scritto di aver avuto conferma di questa notizia dalla viva voce di Domenico Landi un discendente della famiglia Landi che aveva avuto ospite nella sua casa a Bassanello.

La nota era passata inosservata ai suoi primi lettori, ma colpì, qualche anno dopo, la fantasia di due bassanellesi "veraci", Mario Pieri e Benito Romani, e fece balenare nella loro mente un'idea... geniale. Telefonarono a Salò e il conte Domenico Landi, oltre novantenne rispose con grande cordialità e confermò tutto, anche in una lettera inviata al Parroco di Vasanello: ricordava la "gradevolissima ospitalità offertagli per alcuni giorni da Monsignor Mariani, ma ribadiva che, ormai, il culto del santo, anche a Mocassina "dove pur vi sono ancora le reliquie e un altare dedicato a Lui, si era perso nei tempi"; li assicurò che egli sarebbe stato ben lieto se, riallacciando i rapporti con quella Parrocchia, si riuscisse a far rivivere la devozione per il Santo Martire e a recuperare annualmente la festa del 5 maggio; consigliò perciò di mettersi in contatto con Don Giuseppe parroco di Mocassina.

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L'altare con le Reliquie di San Lanno a Mocassina (BS)

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Le Reliquie di San Lanno

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Mocassina è una piccola frazione di Brescia e i due ricordarono che in quella città si era trasferito un bassanellese, Gianni Fochetti che faceva il ferroviere. Gli telefonarono e lo pregarono di recarsi sul posto a vedere come stavano le cose. Il Fochetti svolse la missione con grande diligenza e la sera stessa fece sapere ai suoi amici che si era incontrato con il parroco, aveva constatato che la notizia data da Mons. Mariani era vera, che aveva ricevuto un opuscolo sulla parrocchia dove c'era un breve profilo della famiglia Landi, e infine che aveva visto l'altare sul quale erano ancora esposte le reliquie di San Lanno.

Era tutto quanto essi volevano sapere. Si recarono allora dal parroco Don Enzo Prato, riferirono quanto avevano saputo e tirarono fuori la proposta che da tempo avevano in mente: fargli scrivere una lettera ufficiale al parroco di Mocassina, proporre, sul nome di San Lanno, un gemellaggio tra le due parrocchie, e informarlo che una delegazione di Bassanellesi sarebbe arrivata presto a Mocassina a rendere omaggio a quelle reliquie. Mantennero la promessa.

Il 9 settembre 1989, a Mocassina Don Enzo celebrò la S. Messa all'altare del Santo, con 50 concittadini che non riuscivano a contenere la loro commozione, spiegò che la comune devozione a quelle reliquie univa le due comunità, pur così distanti tra loro, in un vincolo indissolubile di fede e di fraterna amicizia e chiese che una rappresentanza di quella parrocchia venisse a Bassanello, ospite della città.

L'invito fu accolto e il 4 maggio 1991, un gruppo di 20 abitanti di Mocassina, guidato dal parroco Don Giuseppe arrivò a Bassanello, con le reliquie per celebrare insieme la festa del Santo. L'urna con le reliquie conservate a Mocassina fu portata in processione insieme con le reliquie di Bassanello, quasi a significare che ambedue le comunità si sentivano fraternamente unite nella stessa devozione al Santo protettore.

La delegazione di Mocassina rimase a Bassanello per due giorni, ospite della comunità e oggetto di cordiale attenzione da parte di tutti i cittadini, particolarmente della famiglia Mariani, della "classe 1951" che aveva organizzato i festeggiamenti e di altri cittadini che collaborarono alle riuscite dell'incontro. Quel giorno il sig. Alvise Creta, sindaco di Vasanello, nel porgere il saluto della sua comunità agli ospiti di Mocassina, lanciò la proposta di un gemellaggio che collegasse nel nome di San Lanno le due comunità con un vincolo permanente. Certo, sarebbe bello che quella proposta avesse concrete risposte dalla classe 1956, cui sarà affidato l'incarico di organizzare la festa nella quale si celebrerà il XVII secolo del martirio di San Lanno.

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Processione del 4 Maggio 1991 con le Reliquie Conservate a Mocassina (BS)

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[1] - La notificazione era, ed è tuttora, la comunicazione di un atto o di un provvedimento, in conformità di una norma amministrativa o giudiziaria.

[2] - Rescritto papale, meno solenne di una bolla.

[3] - Mons. dott. Salvatore Mariani: II cavaliere di Cristo. San Lando martire protettore di Bassanello. 1957. Ed. Pian Paradisi. Civita Castellana.

[4] - Don Mario Mastrocola: note storichc circa la diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese. Parte I: Le origini cristiane. Pag. 147-164; pag. 255-274.

[5] - "non è che da cavaliere imperiale... Lando si è trasformato in cavaliere di Cristo, ma è successo il rovescio, da cavaliere di Gesù è stato fatto diventare Cavaliere di
         esercito.

[6] - De Antiquitatibus Hortac, libro I cap. VI, pag. 109.

[7] - "Presso il Castello di Bassanello, cuore d'Italia, dal ponticello levò in alto le mani".

[8] - "II suo preziosissimo corpo fu poi portato nella terra di Bassanello e sepolto vicino alle mura di esso".

[9] - Cfr. Liher pontificalis Libro II, n. 127.

[10] - Leoncini: "Fabrica Ortana", voi. II, libro I, f. 157.

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