FOLKLORE USI E COSTUMI

LE
PROCESSIONI
La religione popolare da
sempre ha trovato una sua espressione di viva partecipazione alle grandi
manifestazioni di culto pubblico e quindi di propaganda come le processioni.
Queste cerimonie religiose, che la Chiesa era solita svolgere nel corso
dell'anno, erano numerose. Di seguito elenchiamo le principali processioni che
si svolgevano fino a pochi anni fa:
PROCESSIONE DI S. LANNO di Gennaio
E' la prima processione
dell'anno e si svolge da secoli nella seconda domenica di gennaio. Il suo
percorso si snoda attraverso il centro storico e termina in piazza con la
solenne benedizione del paese accompagnata da fragorosi spari di mortari e
fuochi artificiali. Questa manifestazione, testimonia ed esalta i valori della
tradizione storico-popolare e la grande devozione del popolo di Bassanello verso
il patrono S. Lanno. E' una delle poche processioni che non sono state abolite
con la riforma del Concilio Vaticano II.
PROCESSIONE DI S. MARCO
Veniva effettuata il 25
aprile e percorreva il paese vecchio e la passeggiata sino nei pressi delle
"palazzine", era d'uso benedire la campagna. Alla tradizione di propiziare
raccolti nei campi era legata un'altra manifestazione che si svolgeva sempre nel
mese di Aprile ed era quella delle ROGAZIONI.
Queste processioni avvenivano
in quattro mattinate successive secondo la direzione dei quattro punti
cardinali. Il sacerdote, seguito dai contadini e fedeli, giungeva su un campo
che benediceva e su questo diceva una breve orazione per la fecondità della
campagna.
Entrambe le manifestazioni sono state abolite.
PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI
La processione che si
svolgeva con maggiore solennità e devozione era quella del Corpus Domini. Vi
partecipa la banda di Moretti in grande uniforme da ufficiale dei bersaglieri,
cappello a piume, spalline e cordone, il Sindaco con tanto di fascia attorniato
da tutti i consiglieri comunali, i carabinieri e le guardie municipali in grande
uniforme e tutte le Confraternite al completo con torce accese.

Inizio del Secolo - Processione del Santo Patrono

Il parroco
in piviale, attorniato da sacerdoti in tonicella e pianeta, teneva il Santissimo
che era ricoperto dal baldacchino le cui aste erano sorrette da nobili locali in
guanti bianchi. In ogni chiesa la processione sostava con il canto del "Tantum
Ergo". L'infiorata era fatta a "sparso" e le campane di tutte le Chiese
suonavano giulive accompagnando la processione a cui partecipava tutta la
popolazione con grande devozione.
Questa
processione veniva svolta il giovedì (giorno del Corpous Domini) dalla
Parrocchia di S. Maria e la domenica successiva veniva ripetuta dalla Parrocchia
di S. Salvatore. Il motivo di questa doppia processione non è noto. Oggi si
effettua solo il giovedì, ma certamente non viene esercitata con la stessa
solennità di prima.
PROCESSIONE DI FINE MAGGIO
In onore
della Madonna, Il percorso prevedeva il centro storico del paese e la strada
provinciale di Vignanello (Via S. Antonio) con attraversamento del prato e
ritorno attraverso la "passeggiata" nella chiesa di S. Maria.
Questa
cerimonia religiosa è stata abolita.
PROCESSIONE DELLA MADONNA DI FERRAGOSTO
Questa manifestazione
religioa attualmente è stata abbinata alla processione di S. Rocco,
comprotettore di Vasanello.
PROCESSIONE DEL NOME DI MARIA
Questa
processione veniva effettuata nella seconda domenica di Settembre. Il suo
percorso iniziava dalla Chiesa della Stella ed era limitato al paese vecchio e
ritorno in Chiesa attraverso il "piazzale".
E'
stata abolita.
PROCESSIONE DELLA MADONNA DEL ROSARIO
Tale
manifestazione religiosa si svolgeva nella prima e nell'ultima domenica di
Ottobre. Prima dell'ultima guerra, questa processione era gestita dalla
parrocchia di S. Salvatore e il percorso prevedeva solo il paese vecchio con
ritorno in Chiesa. Negli anni 50 la gestione di questa manifestazione passò alla
parrocchia di S. Maria senza però variare il suo percorso.
E'
stata soppressa.
L'abolizione di queste manifestazioni religiose sono dovute alle scelte fatte
dal Concilio Vaticano II.

FESTE
17
Gennaio Festa di S. Antonio Abate
E' la
festa che più si attiene all'antico carattere di festa popolare. Il programma
negli anni è quasi sempre lo stesso, eppure soddisfa.
Fino a poco prima della guerra gli organizzatori della festa, (i signori di S.
Antonio), non avendo grande disponibilità di denaro, acquistavano un maialino a
cui veniva appeso un campanello al collo come segno di riconoscimento che
lasciavano libero per il paese. Tutti badavano ad alimentarlo affinchè crescesse
grasso e robusto (ancora oggi i bambini che frequentano le famiglie di parenti
ed amici consumando pranzi e merende, vengono affettuosamente chiamati "porchetti
di S. Antonio"). L'anno successivo il maiale veniva venduto e con il ricavato si
organizzava la festa.
Era tradizione che la vigilia sul sacrato della Chiesa venisse acceso un grande
fuoco (il focarone) che veniva poi alimentato per tutta la durata della festa.
Si raccontava che nel corso della notte di S. Antonio, tutti gli animali
parlavano con voce umana, lamentandosi del cattivo trattamento, o lodando le
abbondanti razioni elargite dal padrone ed invocando su di lui misteriose
benedizioni o maledizioni del Santo.
L'alba era sempre salutata da un fragoroso sparo di mortari. Una volta la
mattinata era dedicata alla benedizione delle sementi e degli animali (questa
tradizione è completamente scomparsa) e venivano distribuiti santini più o meno
grandi che andavano ad ornare i muri delle stalle dei contadini. A mezzogiorno,
dopo la messa, veniva innalzato un globo aerostatico e nel pomeriggio giochi
popolari: corsa degli asini, del secchio, dei pignatti, della padella,
dell'uovo, dei piatti, tiro alla fune, albero della cuccagna, gara della
pastasciutta.
Una volta vi era anche la "curza di' gallinaccio", che oggi avrebbe scatenato le
ire dell'Associazione Protezione Animali. Questa gara prevedeva un gallinaccio
appeso ad una corda tesa e il concorrente a cavallo che a corsa sfrenata
riusciva a staccare il collo alla povera bestia era il vincitore acclamato dalla
folla. Oggi questa barbaria non c'è più, l'ultimo vincitore di questa gara fu
Alessandro Maracci.
La banda musicale rallegrava sempre la festa che si concludeva con
l'innalzamento di un globo aerostatico e sparo di mortari. Negli ultimi anni vi
è stata qualche piccola variazione che però non ha intaccato il sapore popolare
di questa festa. Gli organizzatori (i signori di S. Antonio) sono sempre un
gruppo di volontari che si auto-tassano per l'intero anno.
Oggi con varie iniziative (soprattutto lotterie) si può disporre di una maggiore
quantità di denaro e ciò ha permesso di inserire l'usanza di offrire a tutti i
partecipanti alla festa panini imbottiti e vino a volontà.
Qualche anno fa, il parroco Don Mario, non essendoci più animali da benedire,
lanciò l'idea di benedire le auto dei cittadini. Oggi questa è diventata
tradizione, infatti, nel primo pomeriggio, tutte le auto del paese sfilano
dinanzi alla Chiesa per essere benedette. Alla fine della festa i "signori di S.
Antonio" uscenti, offrono al nuovo comitato di volontari una cena simbolo del
paesaggio delle consegne.

Inizi del 1900 - Una Festa di S. Antonio

FESTA DI S. LANNO
E' la
festa più importante di Vasanello e viene celebrata ogni anno, da secoli, nei
giorni 5-6-7 maggio in onore del Patrono. In occasione di questi festeggiamenti
si svolgono tre processioni, una la sera della vigilia, una il 5 Maggio a
mezzogiorno che si porta fino alla Chiesa del Santo e una di chiusura della
festa con la solenne benedizione del paese al centro del "Piazzale" tra un
fragoroso sparo di mortaretti.
Una volta questa festa veniva celebrata con maggiore solennità del solito ogni
25 anni (Festone). Oggi il "Festone" si celebra ogni 5 anni (per un certo
periodo si è festeggiato ogni 10 anni). Nell'occasione del "Festone" viene
portata in processione, per tutte le vie del paese, l'urna contenente i resti
mortali del Santo. Per rendere meglio l'idea dell'importanza che questa festa ha
sempre avuto in ogni tempo, per i Bassanellesi, riportiamo di seguito un
documento rinvenuto nell'archivio comunale e riguardante i festeggiamenti del
centenario dell'invenzione del corpo di S. Lanno:
DESCRIZIONE
DEL CENTESIMO SEGUITO L'ANNO 1728
Lì 4
maggio 1728 vigilia del nostro Santo Martire e protettore San Lanno, ad ore 21
nella Chiesa di S. Maria di questa terra di Bassanello fu dato inizio al primo
vespero celebrando Mons. Vescovo Tenderini in Pontificalibus, con l'assistenza
di 4 canonici della Cattedrale di Orte, e di tutto il Clero di Bassanello con
l'intervento del Magistrato vestito con Ruboni accompagnato da tutti i
Provinciali di detta comunità, assieme con il Ecc. Duca.
S'intesero si due cori di Musaci, cioè uno di vari istromenti venuti da Roma
consistenti in sei violini, due oboe, e flauti, violoncello e trombe, e l'altro
coro pieno di Musaci, parte venuti da Roma, e parte venuti da queste vicinanze,
essendo la Chiesa ornata di parati, e lampadari, ed illuminata con numerosi ceri
ben divisi in tutti gli altari della suddetta Chiesa, e Cappella di S. Lanno;
terminato poi detto vespero a mezzora di notte fu veduta tanto l'istessa sera di
vigilia, quanto nella quinta festa e l'ultima sera generalmente l'illuminazione
fatta per ogni fenestra di lanternoni, con distinzione però che tutti i
principali di detto luogo esposero in tutte le loro abitazioni due torcie di
cera per ogni fenestra.
Lì 5 detto fu posto nell'aurora il quartiere dei soldati in guardia della Corte
maggiore del Dig. Gap. della Militia pedestre di non fare entrare alcuno di
forastieri se prima non depositavano l'arme, che seco avessero portate per
ovviare ad ogni inconveniente che sono soliti nascere in simili concorsi. Ad ore
15 si diede principio alla messa solenne celebrando Monsignor Vescovo in
Pontificalibus con la solita assistenza di Canonici, clero e Magistrato. Lesse
dopo l'Èvangelo in pergamo un divoto e dotto panegirico ad onore e gloria del
nostro Santo protettore; terminata poi la messa proseguì la solenne processione,
consistente in quattro Confraternite, cioè la prima del S.S.mo Rosario con veste
torchina, la seconda della Misericordia con veste nera, la terza del Gonfalone
con veste bianca, la quarta di S. Lanno con veste rossa, ciascuno di detti
fratelli portava un cero acceso parte di due e parte di tre libbre l'uno,
precedente a questa processione la milizia locale, con tamburi, concerto di
piffere, e trombetti, proseguendo in ultimo il Clero con Canonici con cotte e
pianeti veniva Monsignor Vescovo che sosteneva la Reliquia del Santo in forma di
Busto; che accolto sotto il Baldacchino sostenuto dal Magistrato, passò per la
piazza, dove fu fatta a tutti distribuzione di medaglie, immagini del Santo, e
sonetti, e stante in gran moltitudine di forastieri convenne a detta processione
di uscire dalla porta di detto luogo e fare adito e modo ai forastieri di vedere
detta processione, e venerare la suddetta Reliquia.
Su le ore 20 fu veduta la corsa di barbari dove v'era il premio di tre canne di
tutta seta. Su le ore 24 s'incominciò l'Oratorio con la distribuzione di
libretti stampati, quale riuscì di tutta soddisfazione de popolo, si per le voci
scelte, come per li bravi istromenti e famosa composizione.
Lì 6 fu cantata parimente con solennità la messa cantata con la medesima pompa,
dove fu fatta la solita processione dalla Chiesa di S. Maria fino alla Chiesa
antica dedicata' al detto Santo, situata fuori delle mura di detta terra dove si
crede per antica tradizione che ricevesse il martirio. Seguì poi sulle ore 20 la
corsa dei pedoni con il premio al vincitore di tre canne di stoffa, ed
immediatamente seguì la lotta con il premio al vincitore di 20 palmi di panno
nero di pezza, dopo le ore 24 fu dato fuoco alla macchina artificiale
rappresentante un fortino con un guerriero in cima con soddisfazione universale
riuscì.
Terminato poi detto fuoco si diede preavviso al secondo Oratorio posto in musica
dal Maestro di Cappella di Bassanello Sig. Pizzinelli con li medesimi istromenti,
e voci, quale riuscì di comune applauso.
Lì 7 circa l'ore dodici si diede la giostra del sarracino dove intervennero a
giostrare dodici cavalieri forastieri, ed il premio che consiste in tre canne di
damasco torchino lo meritò un cavaliere di Canepina, che in tre valorose
carriere ebbe la sorte di staccare tre stelle con meraviglia e stupore di tutto
il popolo.
Terminata detta giostra fu cantata messa solenne dalli musaci di queste
vicinanze, essendo partiti li musaci di Roma, con la solita processione seguita
per la terra.
Verso le ore 20 di solito fu fatta altra corsa di pedoni con premio al vincitore
di canne tre di castoro di vari colori, terminata detta corsa si diede principio
ad un'altra giostra di lotta, con riportare al vincitore il premio di tre canne
di tabio andato.
Alle ore 22 s'incominciò il vespero con li medesimi musaci restati, con far la
solita processione per la terra cantando il "Te Deum prò gratiarum actione",
benché si sia stabilito a distinguere del'altri anni di celebrar l'Ottavario,
con cantar ogni giorno la messa solenne, e vespero con la Reliquia esposta di
detto Santo Martire conforme si va proseguendo.
Non si tralascia di significare che in ogni vespero, messa solenne, e sol
mattino nelli suddetti tre giorni sul spuntar dell'aurora, ed in ciascheduna
processione v'è stata una solenne e strepitosa salva di mortaretti, et in ultimo
per gloria speciale di detto Santo nostro Protettore s'è compiuto questo solenne
triduo con tutta quiete e pace, senza un minimo disturbo, con tutta la
moltitudine grande di forastieri che secondo il parere di più savi ascendesse al
numero di 3000, così terminò il centesimo.

Inizi del Secolo - Processioni

TRADIZIONI CHE SCOMPAIONO
IL
BANDITORE
L'usanza del Bando si perde nel
tempo e come in tutti i paesi, anche a Vasanello, vi era un pubblico "Banditore"
che con la sua voce chiara e potente e con la sua trombetta di latta intimava il
silenzio, nelle case e nelle strade, per l'annuncio di una notizia . Il Bando
consisteva quasi sempre nella comunicazione dello smarrimento di una chiave, di
un monile d'oro (Rarissimo), di un animale o di qualsiasi altra cosa, prevedeva
anche notizie importanti. Si ricorda con simpatia la figura dell'ultimo
Banditore di Vasanello, il popolare "Renato".
I più anziani hanno vivo anche il ricordo del banditore "Maggiolino", fratello
maggiore di Renato, e di "Cioretto" padre dei due; quindi adirittura una intera
dinastia si è succeduta nel Bando. I luoghi da dove veniva lanciato il Bando
venivano scelti dal Banditore di volta in volta e di solito erano: l'inizio di
un vicolo, sotto un lampione o comunque dove dove poteva essere ascoltato da più
persone possibili. I Bandi in genere venivano comunicati all'ora di cena, quando
tutti gli abitanti del paese erano in casa ed avevano la possibilità di udirlo.
Non c'era conversazione, per quanto
importante che fosse, che non venisse interrotta dal suono delle due note della
trombetta. Ecco come era concepito un Bando in dialetto Vasanellese:
" Si fa
sapere che...
chi avesse trovato una chiave maschia...
la riportino a mene...
che avranno più che mancia !".
Oppure se si trattava di una
comunicazione pubblica:
" Si averte
i' popolo...
stasera sariunischino tutti sa la piazza di' giardino...
che ce sarà un comizio ".
GLI
ALTARINI
Fin dai tempi lontanissimi nel
nostro paese è sempre stata radicata la fede e la devozione alla Madonna e non a
caso la nostra principale Chiesa è dedicata alla Vergine Maria, come pure altre
Chiese minori come quella della Stella e della Madonna delle Grazie. Proprio
alla Madonna è legata una dolce tradizione che chi non ha un'età troppo verde
ricorda benissimo e che oggi è quasi totalmente scomparsa; quella degli
altarini. All'inizio del mese di Maggio nelle piazzette, nei rioni, nei vicoli,
sorgeva come per incanto un'edicola incorniciata di verdura o di ginestra in
fiore, al centro della quale era posta un'immagine della Madonna. Al calar della
sera, per tutto il mese di maggio, con l'aria dolce della primavera le donne ed
i bambini di ogni rione si raccoglievano presso l'altarino più vicino, dove
brillavano lumini ad olio, per pregare e cantare. Quei cori risuonavano nella
notte ed una delicata armonia si diffondeva nell'aria suscitando ovunque un
senso di pacata nostalgia.
Purtroppo questa dolce tradizione
col mutare dei tempi è praticamente scomparsa. Forse una delle tante cause
potrebbe essere stata la televisione che è entrata prepotentemente in tutte le
famiglie e ci tiene tutti chiusi in casa, muti, a guardare il piccolo schermo. A
testimonianza di quanto sopra oggi esistono ancora 4 edicole in coccio: la prima
si trova in Via Corazza sotto l'arco, la seconda in Via Arco Gentili, entrambe
in coccio smaltato risalenti al '400; la terza si trova in Vicolo Cieco, la
quarta in Via Roma, quest'ultime due sono in coccio rosso.

1906 - Cerimonia della Prima Comunione

1951 - Cerimonia della Prima Comunione

IL
FOCARONE
Sino a pochissimi anni fa la sera
della vigilia della festa dell'Ascensione, festa che cadeva sempre di giovedì e
che con la riforma è stata spostata alla domenica, era tradizione allestire il "Focarone".
Gli abitanti dei vari rioni del paese organizzavano questa manifestazione con
grande cura e passione: Vari giorni prima, ammassavano fascine e legname in gran
quantità, creando così una grande catasta di legna da ardere, con lo scopo di
superare gli altri rioni.
La sera della vigilia, dopo cena,
verso le 22,00 dopo aver acceso lumini e alle finestre ed ai balconi, si
riunivano tutti i componenti del rione attorno alla grande catasta di legna e si
dava inizio all'accensione del fuoco.
E' inutile dire che questa manifestazione era la gioia di tutti i bambini e il
giorno successivo poi, ogni rione si vantava di aver allestito il "Focarone" più
grande.
Gli anziani ricordano che, la sera
dei focaroni, guardando la montagna del Cimino si godeva di uno spettacolo
fantastico perchè l'intera montagna era costellata di una miriade di fuochi. La
festa dell'Ascenzione per i nostri predecessori era di enorme importanza
religiosa ed a questo proposito è sempre esistito il seguente detto:
" Pe
l'Ascensione manco i' l'ucelli portano la 'mpizzata da i fiji ".
Con questa manifestazione,
sicuramente di antica origine pagana, si intendeva simulare l'ascesa di Nostro
Signore in cielo. Questa tradizione che era quasi completamente scomparsa, è
stata ripresa nel 1993 dalla Classe 1954 e tutti gli anni viene regolarmente
svolta dalle varie Classi che si succedono nell'organizzazione delle feste
patronali.
IL
BANDO
Usanza antichissima che si svolgeva
nell'ultimo giorno di carnevale nella piazzetta dell'orologio. Il banditore dopo
aver chiamato a raccolta un gran numero di persone con il corno, metteva
all'asta gli oggetti più disparati che i paesani avevano offerto precedentemente
ai festaroli. Tipico era il personaggio del banditore che di solito era una
persona spiritosa, spesso anche sboccacciata , che rendeva piacevole la vendita
con battute, proverbi e scherzi. Da evidenziare che la carica di banditore
veniva gelosamente tramandata di padre in figlio. Tempo fa si è cercato di far
rivivere questo momento particolare di vita paesana, ma senza alcun successo.
LE
SATENE
(Satene = Satire)
Tipica manifestazione carnevalesca
è quella della "satana" (forma dialettale di satira). La satana prendeva di mira
le persone che nel corso dell'anno avevano fatto parlare di sè, ne riproduceva
in forma caricaturale gli atteggiamenti e le caratteristiche più evidenti.
POGGIATA DI S. GIUSEPPE
(Poggiata = Scampagnata)
Questa tipica manifestazione si
svolgeva il giorno 19 Marzo, festa di S. Giuseppe. La "poggiata" si svolgeva sui
prati circostanti la piccola chiesetta del Santo, sita lungo la strada che
conduce a Vignanello. Nel primo pomeriggio, intere famiglie, si portavano in
questi luoghi per consumare "la merenda" ed in occasione della poggiata era
tradizione tagliare i capocolli nuovi. L'atmosfera era resa festosa anche per le
presenze dei venditori di noccioline, dei "porchettari" e "anguillari", oltre
alle comitive in cui abbondavano i suonatori di fisarmoniche ed altri strumenti.
Soppressa la festività la poggiata oggi è del tutto scomparsa.
POGGIATA DI PASQUETTA
Tantissimi anni fa, la poggiata in
occasione della "pasquetta"; si svolgeva in prossimità della Chiesa delle
Grazie. Negli anni '50 fu trasferita in località "Scopiglieto". l'atmosfera era
simile alla "poggiata" di S. Giuseppe. Anche questa allegra manifestazione è
completamente scomparsa.
INFIORATA AMOROSA
E' risaputo che il mese di Maggio è
il mese dei fiori, ma anche degli innamorati che di essi si servivano per fare
omaggi o dispetti alla donna del cuore. Di notte gli innamorati preparavano,
fuori dall'uscio di casa della loro donna, un'infiorata "amorosa" o
"dispettosa", a secondo della circostanza.
Nel primo caso l'infiorata era di
fiori, che disegnavano piacevoli rime a messaggio delo loro sentimento, il tutto
completato da omaggi di frutta o primizie stagionali che venivano appese alla
porta di casa.
Nel caso di amore non corrisposto,
la ragazza avrebbe trovato, all'indomani, l'infiorata "dispettosa" fatta con
semi di "stoppolone" oppure fieno. Anche in questo caso erano frequenti rime;
però di sfogo e di scherno: Inoltre, in luogo dell'omaggio di frutta, la ragazza
trovava un disegno in calce riproducente un paio di corna.
Anche questa tradizione è
totalmente scomparsa.
LE
SERENATE
Altra tipica manifestazione
amorosa, nella vita paesana di qualche tempo fa, era la serenata, della quale si
serviva l'innamorato per comunicare alla ragazza il proprio sentimento. Esisteva
una precisa procedura. In compagnia di suonatori e talvolta di un cantante, il
giovane si recava sotto la finestra dell'amata, dove faceva eseguire motivi
musicali; quattro la prima sera; nel caso la ragazza avesse dimostrato di
gradire la precedente serenata; otto pezzi la terza sera e questo faceva
comprendere a tutti le intenzioni dei due giovani futuri fidanzati.
Il fine della serenata era quello
di preparare il terreno per la dichiarazione amorosa diretta.
LE
SCAMPANATE
Riservate ai vedovi o alle vedove
che convolavano a seconde nozze. Nella scampanata si mobilitava tutto il paese;
gli abitanti dei vari rioni si procuravano gli oggetti più impensati purchè
idonei a "scampanare". Ad una certa ora stabilita, tutti si trovavano in piazza,
dove si formava un lungo corteo che si dirigeva verso la casa dei novelli sposi.
Aprivano tale corteo delle persone che trascinavano sull'asfalto pesanti e
numerose catene, dietro tutti gli altri con campani, sonagli, bidoni, pentole,
coperchi che venivano percossi con mazze e bastoni.
Giunti presso la casa degli sposi,
continuava la scampanata fino a che questi non aprivano la porta ed offrivano da
bere a tutta la compagnia.
PROCESSIONE DELLA "MADONNA DE STA PIAZZA"
Quando i temporali estivi
minacciavano i raccolti dei contadini era tradizione percorrere in processione,
riservata alle sole donne, le vie del paese cantando:
" Madonna de
sta piazza,
fate passà quest'acqua,
quest'acqua e questo vento,
e dimà sarà bon tempo ".
La portatrice dello stendardo era
sempre la stessa persona dal momento che anche questo compito veniva tramandato
da madre a figlia. Mentre era in corso la processione, era tradizione bruciare
nelle case palme benedette con la stessa intenzione di allontanare il maltempo.
L'ultima portatrice dello stendardo si ricorda in paese che fu una signora di
nome Serafina.
LA
CARITA' DEI MORTI
Con l'espressione di:
"Chi ce fa la carità di' morti, sinnò da
quelli vii je cacciamo ill'occhi", i bambini del luogo,il 2
Novembre erano soliti percorrere le vie del paese, bussando di porta in porta e
portando un cesto in cui ponevano la "Carità".
Tutti donavano qualcosa: nocciole,
noci, mele, uova, salsicce ecc.; i più generosi donavano anche denaro. Il
significato di questa usanza è misterioso. E' pensabile che, se questo tipo di
questua per i bambini era un divertente passatempo, per gli offerenti era un
modo di dimostrare la propria generosità verso chi chiedeva in nome dei defunti.
LA
SETTIMANA SANTA
I Riti Sacri, che la Chiesa
celebrava una volta in occasione della Pasqua, erano molto diversi da quelli
attuali.
Senza dubbio erano più
rappresentativi, più suggestivi e forse anche più apprezzati. Sicuramente la
gente era più credulona e non aveva molti svaghi in quanto non esistevano bar,
non c'era la radio e la televisione; la Chiesa era il luogo più indicato per
come il Cristiano doveva trascorrere il suo tempo libero.
Dava inizio ai riti della settimana
santa, la preparazione dei santi Sepolcri.
Nelle ore pomeridiane i sacerdoti,
negli scanni al lato dell'altare maggiore della Chiesa di S. Maria, recitavano
lo ufficio delle tenebre, mentre all'esterno del Tempio una turba di "Munelli"
eseguivano la battitura con grosse "Pertiche", simboleggiando "La Battitura di
Giuda". La mattina del Giovedì Santo, dopo la messa, veniva allestito il Santo
Sepolcro ed iniziava il pellegrinaggio del popolo per adempiere al compito della
Sacra Visita. Normalmente, oltre al S. Sepolcro allestito nella Chiesa di S.
Maria, veniva allestito un Santo Sepolcro anche nella chiesa di S. Salvatore.
Ad Orte, sede della Curia
vescovile, il vescovo consacrava gli Olii Santi. Nel pomeriggio veniva ripetuto
il rito dello Ufficio delle tenebre e della "Battitura", venivano "Legate" le
campane e si introduceva l'uso delle "Revole".
Il Venerdì Santo, al mattino, si
svolgeva una suggestiva funzione che culminava con l'adorazione della Croce. Nel
pomeriggio, ancora l'ufficio delle tenebre e la "Battitura". A sera inoltrata si
snodava una solenne processione che veniva vissuta dall'intera popolazione con
fede, devozione, preghiera e raccoglimento come meritava la particolare
ricorrenza. La figura di spicco della processione era, come un pò dovunque, il
Cireneo. Vestito di bianco, con un cappuccio in testa e catene ai piedi,
portando una croce ed uscendo sul portico della Chiesa di S. Maria per
incamminarsi lungo il percorso tradizionale, con il caratteristico fruscio delle
catene, creava una sua particolare atmosfera drammatica. Per le vie del paese,
illuminate da moccolotti, il silenzio regnava assoluto e quasi irreale; al
passaggio del Cireneo il silenzio era inevitabilmente rotto da qualche bisbiglio
di curiosità: "Chi Sarà ?". Era tradizione infatti che il Cireneo doveva restare
anonimo in quanto "Interpretava" la parte per penitenza, per sciogliere un voto
di grazie ricevuta o per chiederla in quell'occasione. Il Cireneo inoltre era lo
spavento dei bambini a cui veniva indicato come ladro di galline.
Il Sabato Santo, a notte inoltrata,
grandi cerimonie culminavano con le funzioni del fuoco sacro, l'acqua Santa e lo
scioglimento delle campane che annunciavano Cristo Risorto. Il pomeriggio della
settimana Santa i preti lo impegnavano per la benedizione delle case, che allora
erano solo quelle del paese vecchio. I casali venivano benedetti dopo la Santa
Pasqua.
Molte di queste tradizioni si sono
perse nel tempo e non sono state sostituite adeguatamente, anzi da qualche anno
si sta perdendo anche la "Santa" usanza di benedire le case con il tacito
consenso di tutta la popolazione di Vasanello.
L'AGONIA
Il suono della campana di nove
rintocchi, intervallati tre alla volta e suonati molto lentamente, annunciavano
che in paese vi era un ammalato gravissimo che era entrato in coma e pertanto
soffriva moltissimo per varcare la soglia dell'aldilà.
Con questo
suono si invocavano preghiere per il moribondo e comunemente si diceva che
suonava il "Pater Noster" per cui ogni buon cristiano era tenuto a recitare
questa preghiera per tre volte.
LA
COMUNIONE IN EXTREMIS
Quando in paese vi era un ammalato
grave, se non si sapeva attraverso le chiacchere della gente, se ne veniva a
conoscenza quando la grande campana della chiesa di S. Maria lo annunciava con
il suono della Comunione in Extremis. Questo avveniva suonando le campane a
distesa e lasciando ogni tanto un tocco. Se i tocchi lasciati erano cinque,
significava che la Comunione era somministrata ad un uomo. Se i tocchi erano
quattro, la Comunione era per una donna.
Due chierichetti venivano
immediatamente incaricati di recarsi a casa del malato con una piccola
cassettina che conteneva un tronetto sopra il quale, il parroco, avrebbe poi
posto, la pisside con le ostie. Ai lati del piccolo tronetto venivano poste due
candele accese. Il popolo al suono della campana si radunava fuori della Chiesa
per accompagnare Gesù che si recava da un malato. Un sacrista portava un
ombrellino bianco per coprire il Santissimo luogo tutto il cammino. Arrivati
alla casa del malato, il sacerdote entrava con Gesù, il sacrista e tutto il
popolo accorso si genuflettevano fuori dell'abitazione recitando litanie. Il
sacerdote somministrava il Sacramento mentre tutti i famigliari del malato
pregavano in ginocchio. Al termine della cerimonia il sacrista riprendeva Gesù
sotto l'ombrellino ed al canto del "Te Deum" si rientrava in chiesa per
concludere il tutto con la benedizione Eucaristica.
LA
MORTE
All'avvenuto decesso erano strilli
di disperazione che si rinnovano quando si presentavano parenti ed amici. Il
morto veniva rivestito degli abiti più belli; ai lati del letto venivano accesi
duo o quattro ceri, poi da qualche pia donna venivano recitate le preghiere dei
defunti alle quali facevano eco tutti i presenti. Iniziava quindi un continuo
pellegrinaggio di popolo per rendere l'ultimo omaggio al defunto.
Altre grida di disperazione, dei
parenti più stretti, si avevano quando si presentava il falegname per rilevare
le misure per la costruzione della cassa. Non sempre era facile trovare le
tavole per costruirla, molto spesso, si doveva ricorrere al prelievo delle
tavole dal letto del defunto. Molti anni fa addirittura non venivano usate
neanche le casse ed i cadaveri venivano avvolti in un lenzuolo e gettati in
fosse comuni.
Queste fosse erano situate nelle
varie Chiese, che prima erano molto numerose, sembra che a Bassanello ve ne
fossero addirittura sedici. I vecchi raccontano che questo accadeva moltissimi
anni fa quando il paese fu colpito dal colera. In quel periodo la gente, poco
adatta e poco esperta a curare i malati di questa terribile malattia, non appena
li vedeva in grave stato di coma e che non davano più segni di vita, senza tanti
complimenti, li gettava nelle fosse comuni.
A questo proposito, nel corso di
una ricognizione effettuata molti anni or sono nella Chiesa di S. Rocco, fu
ritrovato lo scheletro di una donna in piedi e con una "Coroja" in testa che
cercava di rialzare la pietra sepolcrale troppo pesante per le sue forze. Molte
furono le supposizioni, ma la più accreditata risultò quella che la donna, come
tanti altri colpita da colera, in coma profondo ed in stato di morte apparente,
fosse stata gettata nella fossa comune della Chiesa. Questo è un fatto molto
raccontato dai vecchi.
Riprendendo il discorso sulla
morte, si avevano ancora urla di disperazione quando il falegname portava la
cassa e quando questa veniva chiusa. Il suono delle campane, a distesa ed i
rintocchi lenti poi, chiamava a raccolta il popolo per rendere l'ultimo omaggio
al defunto.
In quel periodo esistevano cinque
Confraternite e una di queste, quella della Misericordia, con sede nella Chiesa
di S. Angelo aveva il compito di rendere l'ultimo saluto ai morti, per questo
motivo era definita anche "Compagnia della Buona Morte". Era composta da una
trentina di elementi e la loro divisa era una veste bianca con rocchetto e
cappuccio nero calato sul volto.
Ai funerali dei più facoltosi,
pagando, interveniva anche la banda musicale ed il sacrestano distribuiva
candeline da accendersi in omaggio al defunto. L'usanza delle candeline durò
molto poco in quanto la gente cercava di accapararsele e spesso vi furono anche
furenti liti, d'altronde, una candela a quei tempi faceva estremamente comodo.
Allo giungere del prete in casa per la benedizione della salma si rinnovavano le
urla dei parenti. Quando il feretro poi veniva prelevato, occorreva la forza dei
presenti estranei per strapparlo dalle mani dei famigliari.
Questi poi, non dandosi per vinti,
si affacciavano alla porta di casa o alle finestre e con urla cercavano di
mettere in risalto tutte le doti del morto in vita, anche se tutte queste doti
non corrispondevano a verità. A tale proposito è da ricordare un piccolo
episodio per una battuta spiritosa dell'arciprete Don Ferdinando Fabiani.
Saruccia, una vecchietta senza
figli ma con un marito a cui spesso piaceva alzare il gomito, con conseguenti
liti che spesso degeneravano in busse non meritate, quando morì il marito "Petone",
come era di uso si affacciò sulla porta di casa, una abitazione in fondo ad "Arghetto",
e tra il pianto e le urla di disperazione disse: "Nicola meo !... Quanto ce
simo voluti bè !".
L'arciprete Fabiani, che
nel parlare tartagliava, nel sentire questa espressione non potè fare a meno di
borbottare un pò forte: "E che... mica
tanto !".
Nel modo in cui lo disse, gli altri preti Don Checco, Don
Tertulliano, Don Romeo ed altre persone che avevano sentito scoppiarono in una
risata che, date le circostanze ognuno cercò di reprimere con una mano davanti
la bocca. La cosa fece eco perchè il "Petone" era uno dei tanti tipi
caratteristici del paese.
Oggi tutto è cambiato, non si
recita più neanche il "Miserere" nel tragitto del feretro tra l'abitazione e la
Chiesa, è stato abolito persino il "Giro del paese" ed il colore nero in segno
di lutto, sia in Chiesa che nel corso della cerimonia.
LA
SEPOLTURA
Al termine della cerimonia in
Chiesa la bara veniva posta sopra la portantina di una delle Confraternite (Ogni
Confraternita aveva la propria) e con il prete che recitava le orazioni si
prendeva la via del cimitero. La salma veniva posta nella camera mortuaria del
camposanto e veniva vegliata per una intera notte.
Il becchino "Adamo" preparava la
fossa, comunemente detta buca, dove veniva deposta la cassa ricoperta poi di
terra. La costituzione del nostro cimitero sembra sia avvenuta verso la fine del
secolo scorso ed il primo ad entrarvi fu un certo "Gabrielletto".
Successivamente i Mariani, che erano la famiglia più facoltosa, costruirono la
propria cappella seguiti poi dai Chiodi e dall'avv. Santovetti.
Lungo il muro del lato est del
cimitero vennero stabiliti i posti distinti, sempre in terra, ed ancora oggi
possiamo vedere un piccolo monumento a ricordo di due gemelli dell'allora
Segretario Comunale Dott. Ternali.
Il lato ovest era riservato per i
pozzi comuni.
LE CIMICI
Un tempo l'arredamento delle
abitazioni era ridotto all'indispensabile e quel poco lasciava molto a
desiderare sotto l'aspetto igienico. Il letto era normalmente composto da un
pagliericcio ripieno di foglie di granturco e poggiante su ruvide tavole che a
loro volta erano sorrette, nella maggior parte dei casi, da miseri banchetti.
Il pagliericcio aveva più di ogni
altra cosa la capacità di attirare un piccolo e fastidioso animale dall'odore
sgradevole: la cimice, volgarmente detta "Puce". Questi animaletti si annidavano
un pò dappertutto, ma sopratutto nei letti in copiose colonie.
La notte questi ripugnanti
parassiti si attaccavano con un pizzico al corpo umano per succhiare sangue
provocando dolore e fastidio.
L'unico modo per eliminarle era
quello di catturarle ed appiccicarle su un piccolo malloppo di creta. Con questo
sistema se ne uccidevano a centinaia, ma questi parassiti avevano una capacità
di riproduzione eccezionale. Con il progresso e sopratutto con la cura
dell'igiene, questi animaletti dallo gradevolissimo odore sono completamente
scomparsi. Chissà dove si saranno annidati ?
LE
MOSCHE
Un tempo questi fastidiosi animali,
che si dovevano scacciare continuamente di dosso, proliferavano ad una velocità
vertiginosa perchè trovavano terreno fertile in un ambiente completamente privo
d'igiene. Non si conoscevano ancora gli insetticidi e per debellare le mosche si
ricorreva ad un sistema alquanto arcano, ma efficace.
Si preparavano mazzetti di felci o
altra verdura che venivano successivamente innaffiati con un'infuso di acqua e
zucchero, precedentemente preparato, che risultava molto gradito alle mosche.
Questi mazzetti di felci bagnati appesi nei soffitti delle case, dei negozi e
dei locali pubblici. Le mosche venivano attirate dal ghiotto infuso ed
inevitabilmente restavano prigioniere di quel mazzetto di verdura ricoperto del
viscoso preparato.
La sera questi mazzetti pieni di
mosche venivano prelevati dai soffitti, infilati in un sacco e con una "Sgrullatina"
i fastidiosi animaletti restavano prigionieri. Poi battendo e pestando il sacco
si uccidevano. Con questo sistema si eliminavano un'infinità di mosche, ma il
giorno successivo ce n'erano ancora di più.
I
CALZOLAI
Questa era una categoria di
proporzioni minori ed i suoi componenti, quasi tutti in stretta parentela,
erano: "Momicchio", "Archimede", "Agostinetto", "Giosuè", "Guglielmo e
Cornelio". Forse c'era anche qualche altro che non sovviene.
I
BARROZZARI
Un tempo vi era uno stuolo di rozzi
uomini, il cui compito era quello di lavorare la terra a trazione animale.
Ognuno di loro era proprietario di almeno un paio di buoi che venivano usati per
arare ed altri lavori simili. Questi animali venivano inoltre utilizzati per il
traino di rudimentali carri a due ruote comunemente detti "Barozze". Questi
carri venivano utilizzati sopratutto per il trasporto di materiali pesanti.
Questi erano i "Barrozzari":
"Mozzone", Clemente "Patanaro",
Eutizio, "Giggetto Porri", "Meco" de' Mancinetto, "Giulietto", "Peppe Bettina",
Zeffirino, "Perello", Vincenzo "Cardinale", Federico, "Puppolo", "Tarpano", "Petrelli",
"L'Ometto", "Puntella", "Giovannino Fuccellara", Lanno "Grosso", "Pisciavino",
"Pietro Girolimo", "Mariuccettari", Antonio "Popo", "Peppe Boccuccia", "Padre
Ulerio" e "Valentinaccio".
I
VINARI
Vendettero il vino per
proprio conto:
- La Sig.ra Checca Mariani nella cantina del proprio palazzo.
- Rutilio nel suo locale in via Dritta, con
sopra la scritta "CANTINA PADRONALE".
- Giovanni Chiodi nella propria cantina in via
S. Sebastiano con la scritta "CANTINA DEL PARADISO"
(Tuttora visibile).

I
MATTIOLI
Nella nostra provincia, dal 1866 e per circa un decennio, imperversò la banda del
"Crudo" composta
oltre che dallo stesso, all'anagrafe Nicola Porta, da circa 40 disperati che con le loro
nefande azioni criminali: incendi, ricatti, grassazioni, rapimenti e barbari assassini, misero a dura prova
le ambizioni di progresso, di benessere, di tranquillità e di rispetto reciproco dei natii della Tuscia.
Vivvaddio, negli anni 70 del secolo scorso,
si riuscì a smembrare questa banda e 28 di loro, insieme
al loro capo riconosciuto, comparvero in giudizio alla Corte D'Assise di Viterbo che
comminò a tutti severe
pene detentive; di questa banda di malfattori fecero parte anche i tre fratelli Mattioli
Francesco, Lanno e
Luigi, l'uno dell'altro più crudele, l'uno dell'altro più vendicativo.
Questi nobiluomini ebbero i natali nel nostro paese da tale Giovanni e Margherita Fiaschi
rimasero
ben presto orfani e si trasferirono, insieme alla madre, nel comune di Gallese; nonostante
ciò continuarono, già dediti al crimine, a frequentare il nostro paese ed a terrorrizzare la
popolazione con le loro smargiassate. Secondo quello che ci è stato tramandato dai nostri vecchi e, confortati da
vari documenti, il
tutto cominciò quando i Mattioli entrarono in conflitto d'interessi con il Sig. Vincenzo
Ancellotti a causa di
un piccolo locale di cui entrambi rivendicavano la proprietà. Riuscirono i primi, con la
prepotenza e le minacce di cui erano capaci, a far sloggiare l'Ancellotti che momentaneamente l'occupava.
L'Ancellotti venne fuori da questa avventura talmente terrorizzato che quando usciva dal
paese,
per curare i suoi interessi, lo faceva in compagnia dei suoi servi; la faida iniziò il 4
Febbraio 1866, quando
l'Ancellotti si recò a Viterbo per affari da solo. Sulla via del ritorno, già in
prossimità di Bassanello, fu fermato armi in pugno da cinque individui mascherati che d'acchitto lo derubarono di 50 lire
e poi trascinato
nella macchia fu relegato in qualche grotta. Fu richiesto alla famiglia un riscatto di
5000 scudi che fortunatamente fu estorto solo in parte dato che, in un attimo di disattenzione, l'Ancellotti
riuscì a sfuggire ai
suoi aguzzini.
Ammaestrato da questa esperienza, l'Ancellotti, dovendo curare i suoi beni, si vide
costretto a
muoversi con una scorta armata. Questo espediente non intimorì più di tanto i briganti
che, inviperiti dal
mancato guadagno, estesero la loro rappresaglia ai famigliar! dell'Ancellotti. Il 10
Giugno 1866 il ricco proprietario fu nuovamente ricattato ed il 20 Agosto suo figlio Paolo riuscì a sfuggire
miracolosamente alle
fucilate dei banditi.
Il 18 Ottobre dello stesso anno fu la volta di Antonio Chiodi, genero di Vincenzo, che
venne aggredito in località "Poggio Paradiso", mentre era intento insieme ad alcuni
contadini alla semina. Poiché il
malcapitato tentò di ribellarsi fu affrontato e percosso brutalmente da Checco Mattioli,
e se non fosse
intervenuto personalmente il "Crudo" sarebbe stato brutalmente trucidato.
Iniziò l'andirivieni di un colono, tra il provvisorio covo dei banditi e la casa del
rapito; furono necessari tre viaggi dell'improvvisato messaggero per appagare l'avidità dei manogoldi. Con
l'ultimo viaggio, e
prima che il Chiodi venisse liberato, il messaggero portò alla moglie del sequestrato
"una di costui chiave
tinta nel proprio sangue, avvertendola che se avesse ella più oltre resistito, avrebbe
quanto prima ricevuto la testa del marito". Tré giorni più tardi l'Ancellotti sfuggì ad un ennesimo
attentato, nel quale per
fatalità, cadde ucciso un suo servo che lo precedeva a cavallo, quest'uomo si chiamava
Francesco Celesti.
Nel Settembre del 1868 Francesco Mattioli scomparve misteriosamente senza lasciare tracce;
il suo corpo fu ritrovato dopo due mesi, in avanzato stato di decomposizione,
nella macchia dei "Ruffì" in prossimità di Bagnolo. I fratelli, Luigi e Lanno, attribuirono il delitto a certo Antonio
Budi, detto il "Marchigiano",
e di professione "calcinarolo", in qualità di sicario dell'Ancellotti e
giurarono vendetta nei confronti dell'uno
e dell'altro. In paese si respirava aria pesante ed in molti, facili profeti, previdero
un'imminente strage.
L'11 Ottobre 1868, il "Marchigiano" si recò a vendere il suo prodotto fuori del
territorio di Bassanello;
i Mattioli, che presumibilmente lo facevano spiare, gli tesero un agguato nei pressi del
cimitero. Sulla via
del ritorno, quasi giunto alla meta, il "Marchigiano" in compagnia di
"Lanno i 'Madonnao" e sua moglie fu
fermato e fatto scendere. I banditi intimarono a Lanno e sua moglie di allontanarsi
dicendo che al "Marchigiano" avrebbero pensato loro; allontanatisi di gran fretta i due udirono il colpo
di fucile con il quale il
"Calcinarolo" stramazzò a terra ucciso. L'oltraggio
alla salma, fu confermato quando si recuperò il corpo:
i banditi gli avevano reciso il capo.
Il 28 Giugno 1869, Vincenzo Ancellotti si recava, suo ultimo viaggio, in compagnia di un
certo Gabriele Pieri in un suo podere; arrivato al portale di "Fontana Camerata" sentì
alle sue spalle un torvo avvertimento: "Ommino.-.si
morto!".
Erano i
Mattioli appostati nella vigna di proprietà "Castracani".
Si udirono due spari, l'Ancellotti cadde a terra invocando la Vergine e, spirò mentre il
Pieri, impaurilo, se la
dava a gambe verso Bassanello. Ai famigliari accorsi il cadavere si presentò con due pallottole conficcate
in corpo, una nella mandibola ed una nell'addome, il capo era stato mozzato.
La biega barbarla della recisione del capo era opera di Luigi, il minore dei Mattioli, che
così fu definito dalla Pubblica Accusa nel processo a suo carico all'Assise di Viterbo: "E più
degli altri inoltrato nella
carriera del delitto, nel quale aveva mostrato una sconcertante precocità; a tre lustri
emulava i più rapaci grassatori, dopo due anni assassinava con premeditazione ed incredibile freddezza
prendendo diletto a
recidere il capo alle sue vittime".
Sulla stessa lunghezza era il Sindaco di Bassanello in occasione della richiesta di
certificato di moralità del Mattioli nel 1872: "Alla moralità del Mattioli Luigi, deve il
sottoscritto certificare affermativamente il contrario, poiché la pubblica notorietà lo denuncia gravemente pregiudicato per
reati di omicidio, di
grassazioni, ricatti e sequestri». A rincarare la dose il Sindaco
di Gallese: "In questo comune domiciliato
pastore, tenne una condotta sospetta, quindi come corre la fama, allettato dalla facilità
di illeciti guadagni vi si abbandonò senza curare i mezzi da donde derivavano, facendo tacere la propria
coscienza col
suono del denaro, o con la necessità della vendetta». Ancora il Sindaco di Gallese,
questa volta sul conto di Lanno Mattioli: "Oriundo di Bassanello ed in questo comune per lungo tempo
domiciliato come pastore, di poca laboriosità, ed inclinazione al vizio, che coltivato ed allettato da chi
aveva diritto ed obbligo di
distrarvelo, lo trascinò sulla via delittuosa, la quale lo
condusse a render conto dei diritti di società, propietà e umanità, per esso, come è voce comune, calpestati infamemente".
I Mattioli avevano a Bassanello ancora un grande nemico, Antonio Mariani, padre del Sor
Giusto e
Monsignor Salvatore. Fra le due parti si innescò un odio particolarmente cruento che
sfociò in un'avventura degna di un films. Si racconta che:
- Un giorno i Mattioli riuscirono a catturare il Mariani in località "Arignano"
e lo trascinarono nel loro
covo. I malfattori, in compagnia di altri componenti la banda del "Crudo", per
festeggiare l'avvenimento
uccisero un maialino e per arrostirlo delegarono il prigioniero ad accudire il fuoco
comunicandogli anche
che dopo il festino gli avrebbero fatto la "festa". Il Mariani, una volta
provveduto alla cottura del maialino,
fu legato e lasciato nei pressi del fuoco mentre i rapitori, al riparo della propria
capanna, cominciarono a
festeggiare l'accaduto. Antonio meditava la fuga ed attendeva il
momento propizio per attuarla. Dopo circa un'ora, ritenuto che i malfattori fossero tutti presi dai fumi dell'alcool, si liberò
dai legacci mise il suo
mantello sul pongolo (specie di bastone), vi posò sopra il cappello e se la diede a gambe
insalutato ospite. I briganti, quando decisero di mettere in atto la loro minaccia, si imbestialirono
accorgendosi della
beffa perpetrata ai loro danni; cercarono di rintracciare il prigioniero ed al culmine
dell'ira Lanno Mattioli
cominciò a sparare all'impazzata.
Di seguito trascriviamo una delle tante lettere minatorie che i briganti indirizzavano ai
possidenti locali:
«Caro sorfilice ci
racomantiamo a voi che noi siamo sei persone che stiamo per le mache e ci racomantiamo che ci montate cinquecento lire che no sarete molestato ne voi e ne i vostri
beni che
sino li montate nosarete patrone asorti di casa e se li montate che siano puliti e fate
silenzio e
montateli questi denari che si no li montate nosarete patrone a caminare tre pasi e se li
montate
che siano puliti e state zito che si no li montate vi daremo foco a voi e tuta la roba e
silenzio».
Finalmente la Benemerita entrò in azione, scrollandosi di dosso l'apatia fin lì
dimostrata, braccando
ed inseguendo i banditi ed infine catturandoli.
Al giudizio ai Mattioli furono inflitte le seguenti non lievi pene:
- Lanno Mattioli: lavori forzati a vita.
- Luigi Mattioli: 28 anni di detenzione.
Lanno morì dopo alcuni anni di bagno penale, Luigi scontò i suoi 28 anni uscì anziano e
malandato,
ma nonostante ciò si sposò con una certa Annamaria che gli dette un figlio maschio di
nome Giovanni.
Morto il bandito Annamaria si risposò con tale Marco ed emigrò in America. Qui dopo
qualche anno
abbandonò il marito e si risposò per la terza volta con un emigrato originario di Chia.
Con quest'ultimo rientrò in Italia mentre il figlio di Luigi Mattioli, Giovanni, restò
in America e di lui non si
sono più avute notizie.

I
COCCIARI
L'arte che sempre onorò il
ns. Paese, fu certamente quella del cocciaro, ossia il fabbricante di vasi, mattoni, cocci, in genere. Anticamente, soprattutto nel periodo del Medio Evo, questa
attività fu floridissima.
A questo proposito, riportiamo due editti tratti dallo "Statuto di Bassanello",
emanati da Giulio Della Rovere per proteggere e nello stesso tempo dare impulso a questa arte non a tutti nota:
DIVIETO DI SVELARE
AD ALTRI IL SEGRETO DELL'ARTE DELLE PIGNATTE
Essendo gl'habitatori et
gl'homini di Bassanello fondati principalmente nell'arte de vasi che volgarmente
dicesi delle pignatte e di queste cavando loro il più del vitto et il sostenimento,
laonde spargendosi il detto exercitio qui d'intorno, si causerebbe che quanto si accrescesse di guadagno a
quest'altri luoghi tanto
in questo castello se diminuirebbe di sustantie e di quotidiano emolumento. Dunque per
questo ordinamo
et statuimo che nessuno del prenominato nostro castello vadi fora del territorio nè
altrove a lavorar li
detti vasi et pignatte sensa nostra espressa et scripta licentia sotto pena per ciaschuno
et ciasch'una
volta di ducati cento di carlini d'applicarsi come le altre alla Camera Nostra e dare il
quarto all'accusatore
quale serà tenuto segreto et vogliamo che questo ordine s'intenda perpetuarci finchè non
sia revocato
per contrario nostro ordine scritto et autentico.
Datum Bassanelli ex edibus
nostris die XIII mensis februarli MDLXV.
Aggiungendo che ditte prohibitioni non s'intendano per Gallese Bomarzo et Bassano d'Horte.
Propria manu in hoc libro
scripsi.
Iulio della Rovere

2° - EDITTO
DIVIETO DI
ADOPERARE LA LEGNA PER LA COTTURA DELLA CALCE
Essendo che la principale
arte in Bassanello sia il far delle pignatte et le legne per tal exercitio siano continuamente necessarie et essendoci esposto che alcuni fanno fornace de calce per venderla
a forestieri
et di ciò la comunità ne sente grave danno et incommodo per esser che in tal fornace
defluiscono si gran
quantità de legna ad ciò che durrando così in breve tempo non si trovarebbono legna per
sustentare la
suddetta arte delle pignatte che sensa essa li homini di questa Terra non potrebbono
vivere. Onde volendo Noi obviar a questo danno per il presente publico banno a nostro beneplacito
duraturo si prohibisce
a qual si voglia persona di Bassanello o habitante in esso non ardiscano dopo la
pubblicazione del presente banno sotto qual si voglia quesito voler fare o far fare fornace di calce in Bassanello
nè in suo territorio
per altro che per l'uso proprio della detta terra di Bassanello, et che detta calce non
possi venderla a foristiero alcuno sotto pena de dieci scudi per ciasche volta et ciasche soma che ne
vendesse da applicarsi
per un quarto allo accusatore qual sarrà tenuto secreto et il resto alla Camera del ILLmo
sig.re Iulio Ruere.
Die 3° Aprilis
MDLXVIIII

Quella dei cocciari era una
classe numerosa ed importante, tanto da avere nella chiesa di S. Salvatore
una cappella, dedicata a S. Giuliano, di loro proprietà, come citato da un manoscritto
d'epoca:
"... la suddetta cappella è della università dei Pilari per tradizione e da loro fu
costruita, come si sa dai
vecchi, e dai suddetti Pilari è stata sempre mantenuta con l'elemosine che sempre vengono
date dalli
medesimi ogni volta fanno le fornaci di pile".
Inoltre per meglio
comprendere la grande importanza di questa arte ed il lustro che dava a Bassanello,
riportiamo alcuni brani tratti da "Dizionario Ecclesiastico" del Moroni (Vol. 102)
del 1861:
" Bassanello -
Comune della Diocesi di Orte, con territorio in colle ed in piano, con
pochi e mediocri fabbricati cinti di mura. E' posto in piana e graziosa situazione, e poco distante vi scorre
il fiumicello Neva,
che dopo 3 miglia gettasi nel Tevere verso tramontana. Il clima è temperato ed i venti vi
spirano secchi.
Abbonda d'acqua e di generi: Si fabbrica molto sapone e rinomate
sono le fabbriche d'ottimo vasellame di creta resistente al fuoco e denominato di Bassanello...
La statisca novera 258 case, 260 famiglie, 1201 abitanti, dè quali 16 in campagna. Sono precipui prodotti del territorio il
grano ed il vino oltre
i pascoli; è pure ricco di querceti. Narra il Calindri che Bassanello già esisteva sotto
gli antichi re Toscani
col nome di Vasanello e faceva parte dei popoli Falisci, giunta la descrizione di Livio.
Lo dice originato dai
popoli d'Arcadia e crede che nel territorio fosse il lago Vadimone, ormai seccato, il
quale ai tempi di Plinio
era di tanto interesse. Ma l'ubicazione e assai contrastata..... Soggiunge il Palmieri,
che in questo paese,
o ivi presso, P. Cornelio Dolabella vinse gli Etruschi nel 741 di Roma; e che anticamente forse fu detto
Vasanello, per l'abilità degli abitanti nella formazione dei vasi di creta..... "
All'inizio del '900, erano
ancora molti gli artigiani che svolgevano questa antichissima attività, in "Botteghe", che poi non erano altro che grotte scavate nel tufo, umide e spesso prive
perfino di finestre.
Il cocciaro, nello svolgimento del suo lavoro, necessitava di molta mano d'opera per cui
veniva, spesso,
aiutato da tutti i famigliari.
A Bassanello esercitavano
questa attività, nei primi anni del ns. secolo, i seguenti cocciari:
"Cuccunanni",
Eugenio, "Panturo", Pietro, "Burattone", "Ceserello",
"Bicchierone", Giovanni "Vappo", "Giggi Vappo", "Scaramella", "Augusto Cuculo", Mario "Sacrestano",
"Pizzetta", Luciano Romani, "Checcarello", "Menghi", Germanietto", "Annunzio Vappo", "Petone", "Desiella",
"Adamo lo Becchino", "Nino Sacrestano", "Enrico Burattone".
La materia prima per lo
svolgimento di questo lavoro era l'argilla, comunemente detta "Tera", che veniva
approvvigionata tramite estrazione da cave poste in una località a circa 2 km. da
Bassanello, denominata
"Terrae" (Dove attualmente sorge il villino degli Architetti Veraldi). La
provvista di "Tera", veniva effettuata nei mesi estivi, questo per avere una buona essiccazione al sole prima di
incamerarla nelle botteghe.
La "Tera" veniva estratta tramite un attrezzo particolare denominato
"Cavaciocco"; poi veniva esposta al
sole per l'essiccazione 2/3 giorni e successivamente veniva trasportata, a dorso di
somara, nelle botteghe.
Questo trasporto veniva effettuato di notte per evitare il caldo. L'uomo che conduceva le
somare per il
trasporto, era comunemente denominato "Vetturale", ed era sottoposto a delle
norme specifiche: non
poteva condurre più di cinque somare e non poteva effettuare tassativamente più di 7
viaggi a notte.
La paga giornaliera che percepiva il "Vetturale" era di 1 lira, quella delle
somare 1/2 lira.
La provvista di
"Tera" annuale di ciscun cocciaro, variava da 100 a 150 balle.
Generalmente i vetturali
erano:
"Peppenero",
"Lanno Scuffia", "Peppe di Emma", "Carluccione",
"Capone", tutti coadiuvati, nello svolgimento del lavoro, dai famigliari. La "Tera", giunta nelle botteghe, per poterla
lavorare, veniva messa a bagno
in una grande vasca denominata "Parmento". Dopo questo bagno l'argilla veniva
macinata al "Cilindro",
composto da due grandi rulli attraverso i quali veniva fatta passare. Questi rulli
venivano girati a mano da
due persone. Questa operazione aveva lo scopo di omogeneizzare l'argilla. Il cilindro non
era posseduto da
tutti i cocciari, per cui, coloro che ne erano sprovvisti dovevavano ricorrere all'affitto
o al prestito di questo macchinario.
La "Tera" passata
al cilindro, veniva successivamente deposta su un tavolo e battuta con una sbarra di
ferro, per raffinarla. Dopo questa operazione, la "Tera" era pronta per la
lavorazione. La lavorazione della
argilla veniva effettuata su un rudimentale "Tornio". Questo era composto da un
asse verticale alla cui
base era fissata una ruota di legno che faceva da volano. All'estremità superiore era
fissato invece un
ceppo, sempre di legno, sul quale veniva depositata la "Palla" di argilla che
doveva essere lavorata.
Il cocciaro batteva il volano di tocco con il piede sinistro e plasmava la creta con le
mani e la stecca,
unico attrezzo a sua disposizione. Terminato il particolare, questo veniva deposto su una
tavola ad
asciugare al sole oppure all'aria. Quando i pezzi asciutti erano molti, si procedeva alla
cottura, che era
l'operazione più delicata e difficile del ciclo di lavorazione dei cocci. La difficoltà
di questa operazione,
era rappresentata dal fatto che, si dovevano raggiungere temperature e tempi di permanenza
ottimali,
senza avere a disposizione, segnalatori, per cui il tutto era affidato all'esperienza
personale. I cocci venivano collocati nella fornace accuratamente, senza farli toccare fra di loro, in modo che
la temperatura
potesse raggiungerli uniformemente in ogni punto, quindi si procedeva alla chiusura della
bocchetta d'ingresso tramite muratura.
A questo punto iniziava
l'operazione di cottura comunemente denominata "Tempra". Si procedeva con un
fuoco molto lento, che veniva alimentato per 4 giorni sino a raggiungere una temperatura
max di 300 C.
Al 5° giorno si faceva il "Foco Grosso" ed in circa 15 h. si portava la
temperatura a 700 C. Nell'alimentazione del fuoco, spesso, questo si doveva "Attizzare" e per svolgere questa
operazione si utilizzava un
attrezzo denominato "Diavolo". Alla temperatura di 700 C. la fornace cominciava
a prendere il colore rosso; era il segnale che si doveva "Lasciare i Foco". Da quello istante iniziava
l'operazione di raffreddamento
che aveva la durata di circa due giorni. Sfornati i pezzi, si procedeva a
"Pegnerli" ossia a pitturarli, operazione questa di grande abilità. Nella pittura dei cocci fondamentali erano il giallo,
che serviva per formare i contorni dei disegni, ed il verde per la "Campitura" (Riempitura) dei
disegni.
Questi colori venivano
preparati artigianalmente dai cocciari:
- Il giallo era formato da un miscuglio di antimonio, calce (Come fissativo) ed ossido di
piombo (Fondente).
- Il verde veniva preparato con zolforamato diluito nell'acqua a cui venivano aggiunti calce, ossido
di piombo e antimonio.
Anche l'ossido di piombo
veniva "Fabbricato in Casa" tramite un processo particolare definito
"Calcinazione". Questo processo prevedeva la cottura del piombo fino al raggiungimento dello
stato liquido, quindi si
procedeva al prelievo di tutte le sostanze in sospensione (Ossido
di Piombo) che, raffreddate, venivano
macinate.
I cocci, una volta
pitturati, venivano sottoposti ad una operazione definita "Metriato". Questo
processo
prevedeva l'immersione dei cocci in un miscuglio di acqua ed ossido di piombo macinato.
Con questa operazione i cocci ed i disegni venivano ricoperti di una pellicola di piombo che serviva per
proteggerli dal
fuoco. Terminato il processo di "Metriato", i cocci venivano di nuovo rimessi
nel forno e di nuovo cotti con
un fuoco allegro per circa 20 ore, raggiungendo una temperatura di circa 850/900 C. Quando
la fornace
iniziava a divenire rossa si doveva verificare se era giunto il momento di "Lasciare
il Foco".
Per effettuare questa
verifica si accendeva uno "Zeppetto" di nocciolo che, inserito su un attrezzo di
ferro denominato "Spido", veniva introdotto in un foro della fornace,
appositamente predisposto, denominato "Vedetta".
Con la fiamma che lo
zeppetto sprigionava, era facile vedere chiaramente se le pitture ed i cocci
avevano raggiunto la brillantezza che il cocciaro desiderava.
Se i cocci avevano raggiunto
il giusto punto di cottura, si "Lasciava i Foco" ed iniziava il raffreddamento,
operazione che aveva una durata di circa 2 giorni. Quando la fornace era fredda si
procedeva alla sfornata e quindi al controllo dei particolari. Se i cocci erano lucidi significava che tutte le
operazioni si erano
svolte alla perfezione, se invece erano bianchi ed opachi significava che il fuoco non era
stato sufficiente
per la loro cottura.
Poi iniziava la cernita dei
cocci e tutti quelli buoni venivano ammucchiati per categoria pronti per la vendita. I Particolari traforati che erano i più raffinati (Scaldini, Portavasi,
Portaombrelli), venivano lavorati
nelle case di sera, anzichè nelle botteghe, perchè erano particolari che richiedevano
molta attenzione e
molto tempo. Questi pezzi erano destinati, quasi sempre ad ornare le case dei signori.
Per i grossisti, che
acquistavano i cocci per poi venderli nei paesi vicini, i cocciari applicavano il sistema
del "Conto".
Il "Conto" era una
unità di misura che prevedeva una cifra fissa in lire, ed una variante costituita dalla
quantità di pezzi che cambiava a secondo della grandezza dei cocci e della
categoria a cui appartenevano.
Formavano un
"Conto":
Categoria
Pignatti
n. 20 - Pignattelli
per Amido,
n. 15 - Pignattelli Leggermente più Grandi,
n. 10 - Pignattelli più Grandi,
n. 8 - Pignatti detti "Ottaioli",
n. 6 - Pignatti denominati "Bastardi"
n. 3 - Pignatti più Grandi a 2 Manici. |
Categoria
Cazzarole
n. 20 -
Cazzarolette,
n. 10 - Leggermente più Grandi,
n. 8 - Misura Media,
n. 5 - Leggermente più Grandi,
n. 3 - Le più Grandi. |
Categoria
Cazzarole
n. 8 - Le Famose
"Concarelle Lavamani",
n. 6 - Erano le più Lussuose,
n. 5 - Leggermente più Grandi,
n. 3 - Le più Grandi conosciute come "Bacilette". |
Categoria Scole
n. 8 - Con 1 Manico,
n. 6 - A 2 Manici. |
Tegamini
Il valore di un
"Conto" era pari a 10 soldi.
Poi vasi, mattoni, anfore,
tubi, tegole ed altri tipi di cocci, ogni categoria aveva, a secondo della grandezza dei particolari, un suo "Conto". La sfornatura di una fornatura dava circa
300 "Conti"; questa quantità poteva considerarsi il lavoro di circa 1 mese. La legna a quei tempi costava 1/2
lira la soma; il piombo
5 soldi al kg.
Intorno ai cocciari ruotava
l'indotto dei rivenditori di cocci, queste persone, denominati "Caricatori",
compravano i cocci e li trasportavano , tramite barozze trainate da buoi o da somare, nelle
fiere dei paesi e
spesso arrivavano, a venderli a Roma, Frascati, Marino. Appartenevano alla categoria dei
caricatori:
"Cencio Fighetto", "Mustafà", "Mintonio",
"Dondolano", Alfonso Paolocci, "Checco Pallone", Pio Paolocci,
"Florindo Caggetto", "Sardino".
Poi la famiglia Paolocci,
comprò il "Cariolo", un carro robusto a quattro ruote, che, trainato da muli,
dava
loro la possibilità di trasportare più materiale impiegando minor tempo nei loro lunghi
viaggi a volte anche
avventurosi. Molti trasportavano i cocci a dorso di somara con due
ceste. Non mancavano poi le dure
vecchiette che, con grossi cesti in testa, portavano i cocci sino ad Amelia (30 km.) per
guadagnare 5/6
lire. Di queste vecchiette vale la pena ricordarne alcune: "Rosa la Bittora",
"Maria Argante", "Franceschella".
A proposito di questi viaggi
avventurosi, è da narrare un fatto curioso da cui è scaturito un noto detto
Bas_
sanellese: "Un certo Anselmo, detto "Il
Fusto", andava spesso in Umbria a vendere i cocci con
la sua somara, per cui era costretto ad attraversare il Tevere con la barca. In uno di
questi attraversamenti, mentre il Tevere era in piena, e non si sa come, la somara si imbizzarrì e
finì in acqua.
Sia il barcarolo che il "Fusto", fecero il possibile per salvarla, ma tutti i
loro sforzi furono inutili e la
somara fu trascinata via dalla corrente. Mentre si
allontanava Anselmo guardandola con commi_
serazione gli lanciò questo monito: -
Eh !... somara mea, ... me lasciarai scontento, ma pure tu,
nun te ne varai vantanno !
- come dire:
"Per me va male, per te andrà peggio".
Scomparsi i cocciari
elencati all'inizio, i loro successori sono stati fino a pochi anni fa (Anni 60) i
fratelli
Orlandi Ovidio ed Alverio coadiuvati dai loro figli Linceo, Bruno detto
"Pizzetta" e Orlando. Pian piano anche
questi sono stati costretti ad abbandonare questa attività, perchè con il progresso e
con le nuove leggi si
sono trovati di fronte a molte difficoltà di ordine igienico-sanitario, ecologico e
concorrenza industriale.
Con il loro abbandono è completamente scomparsa l'arte millenaria della fabbricazione del
coccio resistente al fuoco di cui Bassanello era famoso. Un'arte questa che gli Etruschi, il popolo più
civile del mondo antico, ci aveva affidato e che noi, purtroppo, non abbiamo saputo conservare.

LA
BANDA
E' noto a
tutti quanto noi Vasanellesi siamo legati alle tradizioni Bandistiche. Nacquero
quando "I' sor Giggi Ancellotti", allora sindaco di Bassanello, nel 1889 si
adoperò per la costituzione di un corpo bandistico affidandone la direzione al
M.tro Enrico Giovannini di Orte.
La divisa era di tipo "Garibaldino", pantaloni grigi, giubba nera e berretto
rosso che, con piccole modifiche, (spalline cordoni bianchi e la sostituzione
del berretto rosso con un cappello piumato) somigliava molto all'uniforme degli
ufficiali dei bersaglieri.
La consegna degli strumenti, alla presenza delle autorità locali ed a quella di
un pubblico eletto, ebbe luogo nella chiesa "La Stella".
I
componenti di quella prima mitica banda furono:
|
Orlandi Giovanni |
Primo
Flicorno (capo banda) |
|
Pieri Rocco |
2° Flicorno |
|
Pace Pietro |
Flicorno |
|
Renzicchi Bernardino |
Cornetta |
|
Fabiani Giacinto |
Cornetta (per
poco) |
|
Mercuri Giuseppe |
Cornetta |
|
Giannelli Domenico |
Cornetta |
|
Mariani Domenico |
Clarino |
|
Pace Giuseppe |
Clarino |
|
Scarelli Cornelio |
Clarino |
|
Orlandi Giuseppe |
Clarino |
|
Venturi Gioacchino |
Clarino |
|
Scarelli Giuseppe |
Clarino |
|
Mariani Ulisse |
Clarino |
|
Maracci Cesare |
Clarino |
|
Ricci Augusto |
Clarino |
|
Scarelli Giosuè |
Quartino |
|
Ricci Ercole |
Ottavino |
|
Pieri Francesco |
Basso |
|
Ricci Giuseppe |
Basso |
|
Pesci Gaetano |
Basso |
|
Ricci Mariano |
Basso |
|
Federici Nicola |
Bombardino |
|
Ricci Giuseppe |
Trombone |
|
Pesci Augusto |
Trombone |
|
Maracci Oreste |
Genesis |
|
Mattaccini Lino |
Genesis |
|
Mattaccini Carlo |
Genesis |
|
Scarelli Guglielmo |
Trombone |
|
Renzicchi Francesco |
Trombone |
|
Filesi Porfirio |
Bombardino |
|
Cicogna Serafino |
Basso |
|
Mariani Corintio |
Cassa |
|
Scarelli Francesco |
Tamburo |
|
Cicogna Costanzo |
Piatti |
In
seguito il complesso si arricchì di altri elementi:
|
Maracci Ilario |
Cornetta |
|
Scarelli Giacinto |
Clarino |
|
Lannaioli Alpinolo |
Cornetta |
|
mariottini Marcello |
Cornetta |

Inizi del 1900 - Banda in Concerto Presso la
Piazza del Comune

1908 - Esibizione della Banda Musicale

Dopo breve tempo, e di questo
non se ne conosce il reale motivo, la direzione fu affidata al M.tro Moretti (di
origine abbruzzese).
Ben presto trascinata dall'entusiasmo dei componenti e dalla maestria del
direttore, questa banda raggiunse grande notorietà diventando uno dei migliori
corpi del circondario. Fu infatti invitata a concerti e feste patronali dai
comuni di Soriano, Orte, Morlupo, Tenaglie, Sipicciano e molti altri ancora.
la notorietà raggiunta, gli valse l'invito dell'amministrazione Viterbese in
occasione della visita dell'allora Principe di napoli, futuro Re, Vittorio
Emanuele III.
Questo complesso ebbe vita breve perchè a seguito di dissapori fra "I' sor Giggi
ed il M.tro Moretti", i componenti cominciarono a disertare le prove
compromettendo l'affiatamento che è basilare per questo tipo di musica e la
mancanza del quale determinò l'inevitabile scioglimento del gruppo.
Il Paese restò così per molti anni senza una vera banda musicale. Negli anni che
vanno dal 1912 al 1915 operò un gruppo composto dai giovanissimi ragazzi del
"Ricreatorio Misciattelli" diretti dal M.tro Poliseno di Vallerano.
"I munelli" che componevano
la banda furono:
| Orlandi Lanno |
Clarinetto mi b. |
| Filesi
Amondino |
Sopranino mi b. |
| Romani
Francesco (Beghelli) |
Cornetta si b. |
| Creta
Aristodemo |
Cornetta si b. |
| Capanna
Romano |
Flicorno si b. |
| Libriani
Alvemaro |
Flicorno |
| Filesi Lanno |
Clarino |
| Maracci Paris |
Clarino |
| Cicogna
Nicola (Birollo) |
Clarino |
| Costanzi
Lanno (Pirone) |
Clarino |
| Creta Gildo |
Clarino |
| Pieri Loreto
(Pallino) |
Genesis |
| Costanzi
Lanno (Angeluccia) |
Genesis |
| Ricci Elipio |
Trombone |
| Federici
Felice |
Trombone |
| Mariani Luigi |
Bombardone |
| Creta Ignazio
(Purchiana) |
Trombone |
| Mecocci
Armando |
Trombone |
| Orlandi
Ovidio |
Ottavino |
| Costanzi
Ignazio (Panzanera) |
Basso |
| Pieri Dante
(Cantoniere) |
Basso |
| Tranfa
Quirino (Magnasorci) |
Cassa |
| Ricci Ezio (Burattone) |
Tamburo |
| Libriani
Cicio (Girolamo) |
Tamburo |
| Pesci Addino |
Piatti |

Banda Musicale di Bassanello di Roma

Finalmente nel 1920 su
interessamento di un certo Poleggi Raffaele che si era congedato dalla fanfara
del 51° fanteria, si riuscì a riorganizzare un corpo bandistico.
I componenti di questa banda
furono:
| Poleggi Raffaele |
Maestro direttore |
| Filesi
Amondino |
Flicorno (capobanda) |
| Orlandi Lanno |
Quartino |
| Maracci
Vincenzo |
Clarino |
| Purchiaroni
Vittorio |
Clarino |
| Romani
Francesco |
Cornetta |
| Creta
Aristotemo |
Cornetta |
| Federici
Nicola |
Bombardino |
| Pesci Gustavo |
Bombardino |
| Filesi
Francesco |
Genesis |
| Maracci
Pompeo (Menghi) |
Genesis |
| Mattaccini
Lino |
Trombone |
| Ricci Elipio |
Trombone |
| Renzicchi
Francesco |
Trombone |
| Pieri
Francesco |
Basso |
| Pesci Gaetano |
Basso |
| Scarelli
Francesco |
Tamburo |
| Ricci
Giuseppe |
Cassa |
| Filesi
Giacinto |
Piatti |
| Maracci
Oreste |
Genesis |
| Pesci
Giuseppe |
Bidello |
Come avvenne per la prima,
anche questa, per screzi interni dopo 6-7 anni si sciolse.
Bassanello rimane fino al 1934 senza banda; fu appunto in quell'anno che ne
sorse un'altra.
I componenti di questa banda furono:
| Filesi Amondino |
Capo Banda |
| Orlandi Lanno |
Quartino |
| Fagnani
Giuseppe |
Quartino |
| Maracci
Vincenzo |
Clarino |
| Purchiaroni
Vittorio |
Clarino |
| Romani
Francesco |
Cornetta |
| Ricci
Agostino |
Cornetta |
| Pesci Gustavo |
Bombardino |
| Mattaccini
Lino |
Trombone |
| Maracci
Pompeo |
Genesis |
| Maracci
Oreste |
Genesis |
| Pesci Gaetano |
Basso |
| Ricci Mariano |
Basso |
| Filesi
Francesco |
Cassa |
| Cicogna
Nicola |
Tamburo |
| Orlandi Sirio |
Piatti |
| Pieri
Domenico (Peporo) |
Bidello |
Anche
questa, per un ineluttabile destino come si usava dire a quei tempi, seguì
la sorte delle prime.
Nel maggio del 1941, in occasione della festa patronale, esordì un complesso
diretto dal M.tro Morganti. Era formata dai ragazzi "balilla" la cui divisa
era strettamente attinente alla gerarchia del regime.
"I
Bardascetti" in camicia nera che ne fecero parte erano:
| Morganti Antonio |
Direttore |
| Pace Luigino |
Quartino |
| Morganti
Adalberto |
Sassofono |
| Pressutti
Franco |
Clarino |
| Orlandi Paolo |
Cornetta |
| Ricci
Adalberto |
Cornetta |
| Orlandi Bruno |
Cornetta |
| Maracci
Roberto |
Flicorno |
| Filesi
Giuseppe |
Flicorno |
| Renzicchi
Mario |
Flicorno |
| Mariani
Domenico |
Corno |
| Filesi
Attilio |
Genesis |
| Fabiano
Osvaldo |
Trombone |
| Creta Gino |
Trombone |
| Purchiaroni
Nando |
Trombone |
| Mattaccini
Adelmo |
Bombardino |
| Pieri Lanno |
Basso |
| Fochetti
Lanno |
Basso |
| Fabiani
Oliviero |
Cassa |
| Maracci
Domenico |
Tamburo |
| Purchiaroni
Gregorio |
Tamburo |
| Tretta
Gerardo |
Tamburo |
| Pieri Marzio |
Piatti |
| Tretta Mario |
Piatti |

1941 - Banda Musicale dei "Giovani Balilla" di
Bassanello

Anche questa formazione durò
poco, non tanto per le solite incomprensioni interne, ma perchè nata in quel
certo periodo.
A questo punto, chi legge potrebbe pensare che i Vasanellesi si sarebbero arresi
all'evidenza dei fatti di non poter avere un corpo bandistico; niente di più
falso !! perchè con l'innata cocciutaggine che li contradistingue costituirono
un nuovo complesso completato da Majorettes e sbandieratori che tutt'oggi opera
e porta oltre i confini regionali il nome di Vasanello.

MENU' PRINCIPALE
|
Al Lettore
|
Brevi Notizie Storiche
|
Notizie
Storico Religiose |
Spartizione
delle Terre
|
Folklore Usi e Costumi
|
|
Monumenti che
Spariscono
|
Si Gira il Paese |
La Sapienza Popolare |Poesie
| Bibliografia
|
I Componenti della
Classe 1951

.gif)
Copyright ©
del Libro " Le
Mie Radici "
dei Rispettivi Autori
- Tutti i Diritti Riservati
Copyright ©
del Sito Web di Vasanello (VT) dall'Anno 2000 dei Rispettivi Autori e del Webmaster:
Andrea Di Palermo
- Tutti i Diritti Riservati -
Info Line:
349.4964471
E-Mail:
webmaster@vasanellovt.it
Facebook (Social Network)
Andrea
Di Palermo - Contact MSN (Chat) Messenger:
dpandrea@live.it

